Recensioni

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Eclettici come pochi, prolifici quando non letteralmente incontenibili – quasi impossibile seguirne le vicissitudini ventennali tra LP ufficiali e i numerosissimi EP -, i Motorpsycho hanno sempre dimostrato una contingenza creativa rigogliosa, disposta a farsi contaminare ma alle volte fin troppo autocelebrativa. Se nei Novanta il grunge contribuì non poco a mettere a fuoco le spinte centrifughe della band norvegese fungendo da specchio e stimolo per una contemporaneità psych originale e lontana dall'hard acidissimo e derivativo degli esordi, col nuovo secolo e la perdita dei principali punti di riferimento si è assistito all'affermazione di un utilitarismo formale piuttosto di maniera. Non brutto in assoluto, come testimoniano dischi come Phanerothyme e It's A Love Cult, ma certamente poco significativo. Seguito da un progressivo ritorno alle origini che ha sostanzialmente confermato tutti i pregi e i difetti della formazione di Trondheim: molte idee, ma qualche difficoltà nel saperle valorizzare a dovere.

Il nuovo Heavy Metal Fruit riprende il concetto di suite psichedelica – quello che era un po' mancato nell'ultimo Child Of The Future – cercando dribblare i problemi di logorrea claustrofobica che da sempre affliggono i Nostri con sei episodi in bilico tra hard anni Settanta (i Black Sabbath di W.B.A.T.) e certe declinazioni jazzy rubate all'accoppiata Quicksilver Messenger Service /Grateful Dead (il drop out progressivo e quasi “crimsoniano” di Starhammer). Una scelta formale che ha il pregio di offrire una chiave interpretativa solida al materiale e che rispetto al penultimo Little Lucid Moments – anch'esso dilatato a dismisura – serra le fila suonando meno dispersivo, più contestualizzato ma inevitabilmente anche meno coraggioso.

Il che, nella pratica dei musicisti significa cavarsela con stile confezionando un'opera che intercetta e personalizza il revival prog-hard di band come i Black Mountain e in quella di noi ascoltatori portare a casa il risultato con una certa soddisfazione e senza uscirne sfibrati. .

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