Recensioni

6.8

Sembra che i Motorpsycho siano tornati in loro stessi dopo la lunga
parentesi passata a barcollare incerti tra country, folk e beat anni
Sessanta – come se imitare i grandi vecchi voglia dire scimmiottarli
stancamente – ricominciando così a fare ciò che viene loro meglio.
Indie rock melodico. Complesso. Agitato. E dopo la monumentale sbornia
del doppio Black Hole/ Blank Canvas, praticamente Timothy’s Monster parte III e IV, arriva Little Lucid Moments.

Che
riprende un approccio live fatto di improvvisazioni, pause e ripartenze
psichedeliche. Una formula che ha reso grandi parecchi dischi della
band norvegese. In questo caso si tratta di quattro brani che si
dilungano per un’ora complessiva. Inutile dire che, viste le premesse,
è quasi un’immensa jam session ben innestata su un solido impianto di
canzoni potenti dai riff sgargianti e dalle melodie trascinanti. Che la
materia trattata – e il conseguente approccio alla composizione – sia
da sempre nelle corde dei Motorpsycho lo si capisce da come riescono a
mantenere la lucidità necessaria per deragliare dalle griglie del pop
senza incartarsi rovinosamente nello sperimentalismo velleitario. Il
gruppo scandinavo, infatti, suona con geometrica precisione e ragiona
per mezze misure. Disinfesta il proprio studio di registrazione dai
fantasmi più estremi delle opere precedenti – niente brutalità di
tendenza stoner, niente pop dal sorriso sulle labbra – e opta per
l’inno indie rock, dilatato stavolta oltre ogni limite.

Little Lucid Moments contiene pezzi ben confezionati, a parte forse la ballata Year Zero,
che dopo un inizio notevole alla lunga fa boccheggiare dalla noia glistrumenti e le orecchie dell’ascoltatore. Quattro canzoni che non
aggiungono nulla di nuovo al repertorio dei Motorpsycho ma che suonano come Dio comanda. Non è poco, in fondo.

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