Recensioni

6.9

Affidarsi a un titolo degno dei peggiori Genesis come The Death Defying Unicorn (A Fanciful And Fairly Far-Out Musical Fable) sa un po' di autocelebrazione. Anche solo per l'abitudine di associare i Motorpsycho a quanto di meglio (l'ultimo Heavy Metal Fruit) e al tempo stesso di peggio (ad esempio un Little Lucid Moments del 2008) si possa concepire in fatto di ambizioni mastodontiche, elettricità prolissa e incroci di linguaggi. Il doppio CD vede inoltre in organico la Trondheim Jazz Orchestra e nasce un paio di anni fa su commissione del Molde International Jazz Festival per festeggiare il suo cinquantesimo anniversario. Con uno Ståle Storløkken già nei Supersilent, Elephant9 e Humcrush, che condivide al cinquanta per cento oneri e onori in fase di scrittura e arrangiamento.

The Death Defying Unicorn macina ottime infornate di hard chitarristico (The Hollow Lands o il monolite da sedici minuti Through The Veil), scritture propriamente orchestrali (l'intro di fiati di Out Of The Woods, i contappunti cinematografici in stile Ligeti / Debussy di Doldrums, gli archi minimali di Flotsam) e contaminazioni riuscite tra i due linguaggi. Con queste ultime che diventano il vero nucleo del disco, forti di una psichedelia inquieta, a tratti quasi teatrale, che non solo concilia strumentazione classica e amplificatori, ma riesce anche – ed è una buona notizia, considerato il dispiego di forze – a non rinunciare a una propria unicità e coesione (ascoltatevi i King Crimson bucolici di Into The Gyre, i toni apocalittici misti ad amonie beachboysiane di Oh Proteus – A Prayer, le narcosi in overdrive di La Lethe e i muri wagneriani di Oh Proteus – A Lament).

A dire il vero, se si escludono un paio di episodi prescindibili (il progressive senza troppe pretese di Mutiny! e Into The Mystic), il resto è inaspettatamente materiale che guadagna credibilità ascolto dopo ascolto. Pur essendo, nel formato e nelle aspirazioni, più destinato ai fan del gruppo che non a chi è del tutto a digiuno dell'opera di Bent Sæther, Hans Magnus Ryan e Kenneth Kapstad.

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