• Mar
    18
    2016

Album

Woodworm

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Con il volto scapigliato ritratto in una copertina che sembra richiamare quella dell’esordio di Tobias Jesso Jr e il suo cognome scritto in maiuscolo a firmare questo lavoro, il cantautore e polistrumentista Francesco Motta – già co-fondatore dei Criminal Jokers – realizza il suo atteso esordio in solitaria. In realtà il nuovo percorso intrapreso dal musicista livornese trapiantato a Roma conosce poco della solitudine ed è piuttosto un porto naturale per rimettere insieme le tante diverse esperienze accumulate negli anni: l’elettricità febbrile del gruppo d’origine, le tante collaborazioni in tour con Pan del diavolo, Nada, Zen Circus e Giovanni Truppi, una certa predilezione verso la canzone rock italiana che traspariva forte da alcuni brani dell’ultimo album della band di origine (Tacchi alti) e l’esperienza come compositore di colonne sonore. Per l’occasione, sono tanti gli amici e colleghi chiamati a raccolta per dare il proprio contributo alla causa: tra gli altri, Giorgio Canali, Andrea Pesce, Cesare Petulicchio (metà dei Bud Spencer Blues Explosion), Andrea Ruggiero (Operaja Criminale) e Alessandro Alosi (Il pan del diavolo).

A fare da nume tutelare e da produttore del disco è Riccardo Sinigallia, con il quale sembra essere nato un forte connubio che ha portato i due a condividere la scrittura di diversi brani in scaletta. Non inganni il titolo: La fine dei vent’anni è sì una lunga, laterale riflessione sull’avvicendarsi dell’età adulta, ma si tiene ben lontano da certi mancati ritratti generazionali, un po’ nostalgici e un po’ depressi. Supportato dal produttore romano, MOTTA esprime il suo punto di vista in maniera obliqua, descrivendo più che uno stato d’animo, un mondo che pian piano si sta allargando, diventando qualcosa di altro, di più complesso. Lo fa allo stesso modo la sua acustica da busker con cui apre il disco e che man a mano si tramuta in qualcosa di sempre più radicale, pressante, che parte dal rock (Del tempo che passa la felicità), si bagna nel folk (La fine dei vent’anni) e sfocia in deviazioni psych (Roma stasera) o in personali racconti in levare (Mio padre era comunista).

Il contributo di Sinigallia torna forte in certe soluzioni elettroniche utili a chiudere i momenti più ossessivi, frenetici ed urgenti del disco (Prima o poi ci passerà, Prenditi quello che vuoi, Se continuiamo a correre) e a dare una chiave di lettura ancor più dimensionata e rifinita, in alcuni frangenti più pop, alla voce tagliente di Motta e ai suoi ritratti rubati, distratti e chiaroscurali (il ritornello di Sei bella davvero, i violini incalzanti su Una maternità). Il fingerpicking di Abbiamo vinto un’altra guerra chiude il cerchio e serve a riprendere fiato alla fine di un disco intenso, ricco e necessario. Un lavoro che conosce anche momenti di affanno ma che nel complesso risulta la testimonianza riuscita di come la canzone d’autore, specie quella di matrice alternativa, non debba mai stancarsi di rischiare, crescere, talvolta sbagliare, per rimettersi sempre in gioco e godersi, con rinnovata consapevolezza, la sua natura precaria, prima di ricominciare nuovamente da capo, che anche quella prima o poi ci passerà.

20 Marzo 2016
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album

Motta

La fine dei vent’anni

artista

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