Recensioni

7.4

Lo sguardo attonito verso la drammatica indifferenza dell’universo; il millimetrico e angoscioso spostarsi degli oggetti del quotidiano, mentre l’uomo – un uomo – resta fermo; il dubbio, poi, angoscioso, che forse siamo noi a non prestare attenzione mentre il mondo intorno vibra e respira di piccoli grandi mutamenti.

Phil Elvrum, aka Mount Eerie – ex Microphones, dai quali eredita il moniker recuperandolo dal titolo di un loro album – confeziona il suo lavoro più domestico e intimo. Cantautorato evoluto affollato di dettagli, spesso affogato nella lentezza, sottilmente apocalittico se si presta attenzione alle tensioni che si muovono “dietro” (ma anche “davanti”, in brani come Clear Moon), in retrovie armoniche ben mascherate dai timbri affabili delle chitarre, delle tastiere avvolgenti, delle batterie mutate e ovviamente della voce leggera ma assolutamente pregnante.

Molte le sfumature, pur all’interno di uno stesso pensiero. Folk rurale e malinconico nella apertura affidata a Through the Trees pt.2, tra Eluvium e Steve Von Till, ma anche tappeti liquidi e oscuri bordoni badalamentiani nascosti nella calma, come in The Place I Live e Yawning Sky; o ancora, quando le ritmiche si accentuano, ecco il Nostro passare a registri di un’avanguardia pop ricca di inquietudine e tensione (Lone Bell, House Shape).

Nel complesso, laddove il precedente Wind’s Poem regalava interferenze provenienti dalla musica estrema, con distorsioni brutali a creare una frattura che si è (purtroppo?) persa, oggi apprezziamo una scrittura più a fuoco, piacevolmente tentata dalle delizie della melodia, raro convergere di grazia sonora e intensità emotiva.

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