Recensioni

Realizzato nel lasso di tempo – un anno circa – che lo separa dalla pubblicazione di Reckoning, il loro terzo album, e reso di ancor più bruciante ed urgente attualità dai disordini sociali che soprattutto nell’anno che sta per concludersi hanno ulteriormente aggravato il divario che esiste tra razze, classi, generazioni ed identità sessuali negli Stati Uniti d’America, The Cycle è il frutto del lavoro del collettivo dei Mourning [A] BLKstar – composto da i vocalist James Longs, Kyle Kidd e LaToya Kent, da Dante Foley alla batteria e da Peter Saudek alla chitarra, dai fiati di Theresa May e William Washington, che è anche fondatore del gruppo – che si definisce in questi termini: «Siamo un crogiolo di cultura nera multigenerazionale, multi-gender e di genere non-conforme che si dedica al racconto delle storie ed alla divulgazione delle canzoni della diaspora dell’apocalisse».
Registrato in presa diretta, senza overdubs, durante le session settimanali a cui il gruppo si sottopone rigorosamente e pensato con il fine di eseguire il materiale che lo compone in ambito live, questo “ciclo” di canzoni trasmette un senso di ruvidezza di superficie e non solo. Le interpretazioni dei tre vocalist sono sentite, viscerali ed imperfette mentre sottotraccia scorrono per tutte le intere sedute di registrazione effetti che trasformano detriti sonori come fruscii e rumore di fondo in minacciose frequenze basse. Questo in forma di metafora della condizione del popolo afro-americano, «costretto a creare qualcosa di bello per cancellare il rumore costante, che in questo caso rappresenta il sistema imperialista nel quale vive, e con l’umile intento di fornire una testimonianza e condividere questa verità con quanti abbiano la volontà di ascoltare», secondo l’interpretazione dello stesso William Washington. Parole molto belle e significative queste, che ben sintetizzano il senso del disco, la sua cruda, viscerale intensità, la sua durezza ma anche la sua infinita, salvifica dolcezza nel tentativo di mantenere acceso almeno un barlume di speranza.
The Cycle non è un disco facile da digerire. Rispetto al precedente LP – che della tradizione della soul music conservava il calore ed una generale morbidezza d’atmosfere e dalle tecniche di produzione dell’hip hop prendeva in prestito l’elaborazione di un certo tipo di samples – questa nuova prova è quanto di più lontano dalle atmosfere patinate, calcolate e di fattura raffinata che altri hanno preferito dare alle proprie testimonianze ed interpretazioni dello “stato delle cose”, rendendole di conseguenza, all’atto finale, abbastanza inoffensive. È un nervo scoperto, una ferita aperta, non offre facile ed immediato conforto. Necessita di attenzione, richiede un investimento emozionale, obbliga agli ascolti ripetuti ed alla riflessione, non cerca di essere accomodante. Si serve di canoni stilistici precisi per tradurre e far passare il proprio messaggio, non cerca di restituirli con accuratezza manieristica – la tradizione vocale gospel e spiritual vengono giustapposte ad un minimalismo che rimanda alla carica iconoclasta della musica industriale, al nichilismo sonoro dei Suicide filtrando il risultato con una sensibilità melodica e ritmica tutta contemporanea – non accontentandosi di fungere da piacevole sottofondo.
Non ci prova nemmeno ad indorare la pillola. Ma proprio per questo, ed a costo di usare una frase fatta, è un album “necessario” per i tempi in corso. Con l’augurio che un giorno, non troppo lontano, possa rappresentare solo il documento di epoche e di ingiustizie passate.
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