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7.4

E' un'evoluzione naturale quella dei Movie Star Junkies, biologica. Passa il tempo, le esperienze si diversificano tra le tante collaborazioni che i vari membri del gruppo stanno maturando in altri contesti (tra cui anche l'avventura discografica Outside Inside Records per la quale esce il disco) e i mezzi diventano sempre più saldi grazie ad un'intensissima attività live. Mettiamoci pure l'influenza di Neil Young e Leonard Cohen, che i nostri dicono di aver macinato in lungo e in largo durante questi anni, e si capisce subito come questo Son Of The Dust, terzo episodio della saga, sia un album più adulto rispetto al precedente A Poison Tree.

La traduzione in musica è una maggiore calma nello scorrere delle dieci tracce, con più attenzione negli arrangiamenti e più blues. Così se da una parte non viene intaccato un sound che è comunque marchio di fabbrica e che si ripresenta in Cold Stone Rose o These Woods Have Ears (chitarre sempre nervose, ritmiche claudicanti, e a tratti quel senso di decadenza che permeava A Poison Tree), dall'altra ci sono nuovi elementi che si aggiungono: i cori per esempio, mai così in primo piano e capaci di allargare il respiro di A Long Goodbye, a metà strada tra Cave e, perché no, gli Okkervill River, o della title-track, Son Of The Dust, stupenda ballad di spirito faulkneriano. E poi è più evidente il fascino del rhythm'n'blues stradaiolo (An Autumn Made Of Gold) impastato anche a qualche accenno funk come in The Damage Is Done, uno dei pezzi migliori del lotto.

Che i Movie Star Junkies abbiano abbandonato la ferocia nera dei Birthday Party per approdare alla varietà blues dei Bad Seeds, magari in una versione più on the road? Forse per ora, ma vista la sicurezza con cui si muovono ad ogni uscita c'è da giurare che non mancheranno nemmeno retromarce e sterzate improvvise. Non si potrebbe chiedere di meglio.

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