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È arrivata l’8 ottobre su TIMVision l’attesissima serie tv dagli autori di Mad Men, dai registi di Capitan Marvel e con protagonista Cate Blanchett, Mrs. America, scritta da Dhavi Waller e diretta tra i tanti da Anna Boden e Ryan Fleck. Ogni puntata si sofferma programmaticamente sulla vita di un personaggio rendendo variegato e complesso il panorama di idee e prospettive politiche delle singole protagoniste. Mrs. America racconta di un momento fondamentale e spartiacque del tessuto sociale e culturale americano (e possiamo dire anche mondiale), ovvero la lunghissima lotta delle femministe Gloria Steinem e Bella Abzug per far sì che venisse approvato l’ERA: l’Equal Rights Amendment venne ratificato dopo moltissimi anni a partire dalla metà degli anni Sessanta e fu un provvedimento essenziale per cancellare ogni distinzione di genere nella garanzia di pari diritti.

Cate Blanchett è Phyllis Schlafly in “Mrs. America”

L’ERa avrebbe reso dunque donne e uomini allo stesso livello in tema di divorzio, proprietà, lavoro, salario. Ai gruppi attivisti di Steneim e Abzug si contrapponevano altrettanto strenuamente le anti-femministe devote alla famiglia e al lavoro domestico (“Anti-Era Movement”) capitanate da Phyllis Schlafly, incarnazione della moglie e madre perfetta con l’ambizione di entrare nel Congresso statunitense. In pieno stile Mad Men e con un’attenzione quasi documentaria, Mrs. America è per l’appunto un vero e proprio documento storico e per questo riesce perfettamente nel tentativo di restituire chirurgicamente i tasselli dell’epoca raccontata, gli anni Sessanta e Settanta: le sue contraddizioni; i suoi conflitti; le sue evoluzioni e involuzioni. La scelta più interessante adottata in fase di scrittura riguarda poi il tipo di focalizzazione, poiché si è preferito soffermarsi sull’ottica della protagonista-antagonista e delle “ancelle” al suo seguito, diremmo oggi. Accorgimento che, alla luce dei risvolti politico-sociali coevi, risulta ancora più efficace e risonante. Dietro la maschera di madre e impeccabile donna carriera, Schlafly è tutto ciò da cui il femminismo tentava e tenta di fuggire ancora oggi e i cui retaggi risuonano tuttora nella cultura e società occidentali: la paura di soverchiare con la propria bravura l’uomo che ci sta accanto; l’impossibilità di immaginarsi al di fuori dei confini domestici e l’ansia di dovercela fare da sole.

Nell’elaborazione formale e stilistica che unisce le sequenze fittizie a immagini di repertorio, Mrs. America risulta vicinissima anche a The Deuce di David Simons e George Pelecanos (The Wire) per la cura e il dettaglio con cui si cerca di evocare e far rivivere quei vent’anni. In questo senso, non c’è urgenza di articolare intrighi o trame fitte, rispetto al cesellato lavoro sui personaggi e sulla ricostruzione di un immaginario, con il realismo documentario adoperato per descriverlo. La serie di Davi Waller apre infatti uno squarcio sul tumultuoso mondo degli anni ’70 riuscendo a sradicarne e trasporre zone d’ombra attraverso la costruzione di particolari scenari intorno al personaggio di Schlafly. Blanchett interpreta una donna devota a un mondo di uomini che cerca di farsi strada tra le sue maglie intricate: a un certo punto della sua vita Phyllis Schlafly decide di studiare legge, minacciando quindi l’integrità e autorità patriarcali, sia del marito – anche lui avvocato – che dei politici al fianco dei quali voleva lavorare. Decide di devolvere la sua vita ad una causa, cosa che, qualunque fosse stata la motivazione, avrebbe ad ogni modo intaccato la relazione tra lei e il marito concedendole un meritatissimo posto alla pari.

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