Recensioni

Il “segreto” dei Mudhoney me lo spiegò Steve Turner lo scorso anno. Altre band che volevano diventare grandi a tutti i costi non hanno ottenuto il successo sperato e per questo motivo si sono sciolte; loro invece, che non hanno mai nutrito quel genere di aspettative, hanno sempre tirato dritto e continuato a fare la musica che volevano. Per questo sono ancora qui dopo venticinque anni.
È lo stesso concetto che la voce di Mark Arm ribadisce provocatoriamente in I Like It Small: meglio la nicchia dei grandi numeri. Non che i Mudhoney siano poi tanto di nicchia. Piuttosto, possiamo dire che rappresentano più di chiunque altro lo spirito originario della Sub Pop, con il loro misto diuncoolness, ironia e rock duro e rumoroso. Tirando le somme di una carriera lunga venticinque anni, la vicenda del quartetto di Seattle appare perfettamente parallela a quella della casa discografica con cui, tra divisioni e ritorni di fiamma, ha compiuto lo stesso cammino da sensazione underground al boom degli anni ’90 (che criticò a suo modo in Overblown), fino alla crisi e al successivo ritorno in pista.
Non siamo qui per ribadire quanto erano urticanti e felicemente creativi i primi reperti vinilici di questa inossidabile band, ma per constatare che la maturità non l’ha ancora imbolsita. Vanishing Point, nono album di studio, è esattamente quello che ci si poteva e doveva aspettare: un rock blues acido incrostato di protopunk alla Stooges come Slipping Away, il tiro punk rock di Chardonnay, la furia à la MC5 di The Only Son of the Widow Of Nain o la disincantata power ballad Sing This Song Of Joy sono ben lontani dall’essere novità assolute nel catalogo Mudhoney, tuttavia ne continuano egregiamente l’opera. Difficile chiedere di più, se non che le rendano sul palco come hanno dimostrato di recente di saper ancora fare.
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