• Feb
    01
    2019

Album

Mandibola Records

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Quinto disco, terzo concept. Prima il mare (Gli Ammutinati del Bouncin) e poi il vento (L’Uomo che Viaggiava nel Vento). Ora invece basta con gli elementi: il nuovo album di Murubutu ha per filo conduttore la notte. Un concetto molto più sfumato dei due precedenti; e se il mare era anzitutto un’àncora ad un preciso spazio fisico dove ambientare le sue storie, il vento costituiva un comune denominatore molto più metafisico, che pur muovendo dal tangibile ricollocava i personaggi dei vari ra(p)cconti in uno spazio narrativo, prima che contestuale. Scegliere la notte come terzo fil rouge è un passo ulteriore e consequenziale verso una certa radicalizzazione di questo percorso: il calare del sole apre così le porte a «una nuova dimensione che rende possibile capovolgere la coordinate della percezione diurna. La notte come luogo sia fisico che mentale» (dalla nota stampa ufficiale del disco).

Le tenebre diventano così un “altrove”, concetto centrale anche nelle riflessioni di tanta filosofia contemporanea, da Timothy Morton a Mark Fisher, passando per l’OOO e altre scuole di nuova ecologia. In molta della narrativa di H.P. Lovecraft si può ritrovare questa stessa suggestione: Dall’Altrove (1920) ipotizza un mondo altro rispetto a quello limitato e parziale percepito dagli umani attraverso i loro ridicoli organi di senso; l’apertura di questo vaso di Pandora sensoriale porta facilmente l’incauto esploratore ben oltre le soglie delle follia (l’Innominabile e l’Estraneo sono due concetti che Lovecraft elide costantemente trincerandosi dietro la pazzia e l’indicibilità). In Oltre il Muro del Sonno (1919), si spinge ancora oltre, arrivando a identificare il mondo del sogno come la vera realtà, e il mondo diurno e sensibile come un pallido riflesso, invertendo il consueto rapporto tra le due realtà. In questo stesso solco si inseriscono anche i due nuovi brani di Murubutu, L’Uomo Senza Sonno e Tenebra È la Notte: qui la dimensione onirica è concepita come altrove salvifico e beato, via di fuga dalla quotidianità che rimane inaccessibile ai due protagonisti delle storie (anche se la title track si conclude con uno scioglimento positivo). L’insonnia e la somma frustrazione che comporta sono un tema che collega (a partire dalla traduzione italiana del titolo) questi due brani anche al film The Machinist di Andersen, con tutto il parco di disturbi mentali che la privazione dal sonno comporta. La Vita Dopo la Notte prosegue su questo versante ma giungendo ad esiti più positivi. Il filone è quello delle grandi canzoni d’amore a lieto fine di Murubutu: un club piccolo e molto esclusivo – sappiamo bene come la tragedia dietro l’angolo sia un feticcio involontario ma difficilmente prescindibile nelle narrazioni del buon Mariani – capeggiato da La Collina dei Pioppi. Qui il sonno é visto ancora come momento viatico verso una dimensione nuova e ulteriore, in cui un amore terreno può sublimarsi e vivere in eterno.

Sogno e altrove, buio e magia: oltre che con David Lynch e a tanto surrealismo, sono concetti che instaurano un immediato dialogo anche con tutto il romanticismo ottocentesco. Pensiamo all’Incubo di Füssli, ai Pensieri Notturni di Edward Young, ai notturni di Chopin o al Paesaggio Lunare di Wordsworth, giusto per citare alcuni degli esempi più pop. Proprio il poeta inglese è citato da Murubutu nell’omonima canzone, un’elegia della luna che vede la collaborazione di Caparezza (senza dubbio il feat. che più di tutti può trainare Mariani verso un pubblico più ampio) e di Emanuele Reverberi dei Giardini di Mirò alla fisarmonica. I riferimenti letterari più o meno espliciti del resto abbondano come di consueto: Dostoevskij in Le Notti Bianche (nell’atteso – e riuscitissimo – ritorno fianco a fianco con Claver Gold) e Kafka in Franz e Milena, un’accorata narrazione costruita sulle Lettere a Milena. La Notte di San Bartolomeo è invece la narrazione storica del massacro degli ugonotti di Parigi del 1572; l’inquietante epica e la sanguinosa grandeur sono quelle cui Murubutu ci ha abituato negli anni e attraverso i dischi precedenti negli episodi omologhi: L’Ussaro Triste, La Battaglia di Lepanto e L’Armata Perduta del Re Cambise. Buonanotte è invece un momento di storytelling verista sulla scorta di altri precedenti illustri, storie di protagonisti costretti a superare avversità di ogni tipo: la cecità in Grecale, la sordità in Marco Gioca sott’Acqua, la tossicodipendenza in Quando Venne Lei. Qui il riscatto personale passa attraverso la morte di una mamma, con la notte a rappresentare il rifugio in cui coltivare talento e ambizione. La traccia collettiva con La Kattiveria Omega-Man, con una super-strofa de Il Tenente, tinteggia una distopia letteralmente oscura che in diversi frangenti riporta alla mente quella sottomarina di L’Uomo che Viaggiava nel Tempo. Buio è invece un’efficace antimilitarismo che riprende Le Stesse Pietre. Insomma, gli incastri tra le varie anime di Murubutu sono chiari ed evidenti, eppure ancora una volta ogni tassello riesce ad aggiungere qualcosa di nuovo: una suggestione, una sfumatura, la commozione per una storia particolarmente indovinata. 

Infine, da un punto di vista più strettamente musicale questo é fuor di dubbio il lavoro più eclettico e trasversale di Murubutu ad oggi. L’Uomo che Viaggiava nel Vento era un chiaro tentativo verso una cantabilità dal sapore più pop. Un aspetto che in questa nuova sede non è stato abbandonato ma messo a fruttare – basti ascoltare la delicata ballata pianistica estratta come primo singolo, La Notte di San Lorenzo. Spuntano poi però anche graffiate crossover (L’Uomo Senza Sonno con Mezzosangue e la posse-track targata Kattiveria), melodie dal retrogusto blues (Occhiali da Luna con Dutch Nazari e Willie Peyote), e scampoli più intimisti costruiti intorno a uno svolazzo di piano (La Vita Dopo la Notte, Buonanotte). Alcuni beat sono davvero clamorosi e arricchiti da strumentazioni inedite (Wordsworth su tutti) e in ogni brano spunta qualche dettaglio che conquista: si prendano ad esempio gli incastri di chitarra e le melodie vocali costruite in Franz e Milena. 

È un disco che rappresenta un nuovo punto d’arrivo per il rapper/professore: i fan di vecchia data potranno tutti trovare di che essere contenti, visto l’estensione dello spettro coperto in termini di testi e spunti. Quelli nuovi – e speriamo che siano molti – avranno una pronta palette di tutto ciò che la penna di Murubutu può offrire. È se una proposta così ampia si accompagna ad una musicalità arrivata a questo nuovo punto di consapevolezza e profondità, oltre che ad una scelta di collaborazioni particolarmente azzeccata, non c’é davvero motivo perché il professore non faccia finalmente il salto che si meriterebbe in termini di visibilità. Sarebbe un bene enorme per tutto il rap italiano. 

21 Dicembre 2018
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