Recensioni

Fruscii, riverberi elettronici, rumori placidi e indefiniti. Certi dischi cominciano piano, ti introducono alla loro magia quasi timidamente, come se le canzoni, da mero sottofondo, dovessero entrare dentro di te in punta di piedi, fino a non uscirne più. Comincia così anche Love’s Crushing Diamond dei Mutual Benefit, il collettivo messo insieme dal giovane singer/songwriter texano Jordan Lee (autore e arrangiatore di tutti i brani), arrivato al debutto lungo dopo vari esperimenti e progetti solisti, riuniti e sintetizzati sotto la ragione sociale di un gruppo aperto e corale: in altre parole, una specie di famiglia allargata in cui ognuno decide liberamente di dare il proprio contributo.
Con molta autoironia, loro si definiscono post-lunar buddha turds, mentre il generatore di hype pitchforkiano non ha esitato a metterli sotto l’ala protettiva del Best New Music. Quello di cui è bene parlare è invece l’essenza ottimista, solare ed estatica di questo esordio: siamo di fronte a un album difficile da definire, intriso di quel brillante ottimismo proprio del freak-folk USA (tuttavia scevro da ogni stereotipo hippie), costruito magistralmente su un accumulo di suggestioni ed influenze che spazia dal synth pop all’elettronica, dallo psych al baroque folk. Strati di suoni, cori, violini, banjo e chitarre acustiche: un piccolo caleidoscopio iridescente che richiama le stesse “famiglie” folk di cui sopra – dalla progettualità aperta di Akron/Family e Danielson Famile, passando per la visionarietà spaziale degli Animal Collective. A partire dall’armonia destrutturata dell’opening Strong River, i Mutual Benefit preparano l’ascoltatore a un’immersione totale nelle acque limpide del folk più sperimentale e atipico. Grazie ad un riuscitissimo gioco di echi e stratificazioni, ogni brano anticipa e introduce quello successivo, attraverso un filo rosso fatto di melodie soavi e complesse, anche se rigorosamente analogiche, quasi ai limiti del lo-fi: l’ipnotico organo di Golden Wake, così come il banjo trasognato di Advanced Falconry, diventano emblemi di un songwriting obliquo e trasversale, ricco ma mai over-prodotto, mutevole e splendidamente onesto. In altre parole, composizioni – di nuovo – aperte, frutto di contributi e collaborazioni fatte per lo più assieme a musicisti/amici, sedimentate poi sotto la scrittura di Lee. Fuori da ogni imposizione classica, C.L. Rosarian e Strong Swimmer esulano dalla tradizionale forma-canzone folk, inserendosi invece in un dilatato rincorrersi di suoni diversi tra loro, in cui si mescolano assieme alla musica luci, suoni e colori.
A fine ascolto, quello che si avverte è pace, purezza, visioni auree e sogni lunari: un pot-pourri in cui si inseguono chitarre nostalgiche e voci diafane, strettamente legate ai tempi di ieri ma, allo stesso tempo, capaci di creare un suono nuovo. Ed è proprio questo il miglior pregio di Love’s Crushing Diamonds: pur legandosi inevitabilmente ad un genere (il folk, per l’appunto) secolare e canonizzato, tutte le canzoni si fanno portatrici di una bellezza pura e disarmante, sette piccoli diamanti nascosti tra le pieghe della psichedelia e della roots music. C’è poco altro da aggiungere su un disco d’esordio singolare e prezioso, che, presumibilmente, potrà resistere con ostinazione alle battute del tempo. Con una sola raccomandazione: non lasciatevelo scappare.
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