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7.7

Loveless abitava tutti i livelli del senso, contemporaneamente. Era imprendibile perché qualsiasi manciata – ­alla cieca o mirata – raccoglieva qualcosa, ma mai tutto quanto il prendibile. mbv abita un livello alla volta, di quel senso musicale. mbv è quasi trasparente per approccio e processo, un libro aperto, e questa è la più grande novità dell’opera terza, sulla lunga durata, dei My Bloody Valentine, dopo ventidue anni e qualche mese di attesa.

Mbv sembra il secondo disco della sigla MBV, quello che non è mai esistito, tra Isn’t Anything e Loveless. Queste le prime impressioni. Non avrei mai voluto vestire i panni di Kevin Shields, nel produrre qualcosa di presentabile dopo uno dei dischi più importanti ­e di certo uno dei più straordinariamente innovativi degli anni Novanta. Immagino la morsa dell’aspettativa percepita, dei fanismi sfrenati ma anche della propria pesantissima coscienza. Se a una persona tutti quanti dicono che ha fatto un capolavoro inarrivabile, è dura non iniziare a correre e scappare, avventare qualche scusa o fare qualcosa di completamente diverso (non so, delle colonne sonore). La complessità psicologica del personaggio si fa più difficile da cogliere. Cosa lo ha spinto a finire quello che più volte ha dichiarato di esser sul punto di finire?

Va premesso che ci rivolgiamo al solo Shields come responsabile di mbv perché, se questa è oggi una band, lo è soprattutto dal vivo, ma non nella fase di creazione, come peraltro già citato nel nostro articolo sulla parabola My Bloody nel giorno della ristampa di tutto il materiale pregresso. Il portato d’innovazione incrementale tra le uscite dei Valentines era tale da uscire dal paradigma, e andare in quello rivoluzionario, come si fa nel gergo economico. Tra il pur eccezionale Isn’t Anything e Loveless il passo fu enorme. Così, a ritroso, tra i primi EP e il primo LP. Ora, come se la vita fosse una progressione logica, ci si aspettava un’altra iper-evoluzione. Ecco il primo punto paradossale: non ci si poteva aspettare innovazione da Kevin Shields. Frase che da sé fa presagire come volgerà la recensione.

Anzitutto, la sua figura rappresenta bene ciò che intendiamo. Lo guardiamo oggi e lo vediamo una copia straniante di quello che era allora, quando aveva vent’anni di meno. E poi ci immaginiamo che Kevin, vedendosi di giorno in giorno, allo specchio, non si sia accorto del cambiamento dato dal tempo, ogni giorno per l’appunto liminale, e che semplicemente non avesse interesse a cambiare. Si è sempre visto come nel novembre 2001. mbv ci fa capire col senno di poi che da chi ha portato una così grande innovazione nella musica popolare non si può pretendere di generarne un’altra. Non è una regola aurea, ma statisticamente costante, realizziamo oggi. Ieri il cuore oltre l’ostacolo toccava a Shields e soci, ora a qualcun altro.

Kevin, nei rumours dei mesi scorsi, usava dire che chi sentiva il materiale del nuovo disco sosteneva che assomigliasse a Loveless, e quello all’autore bastava. She Found Now dà inizio a mbv proprio come se proseguisse qualcosa. È di una sostanza sospesa, un brano da viaggio di ritorno (come Sometimes, diLoveless) che dichiaratamente presenta il disco in un modo completamente diverso rispetto alle assertive Soft As Snow (prima traccia di Isn’t Anything) e Only Shallow (il decollo del secondo album). Only Tomorrow promuove quell’approccio e innesta in mbv una ripetizione ipnotica, interna ai brani. Kevin ci accompagna verso un allineamento con quello che ha in testa, quella turbina chitarristica. Forse lo fa così, nel 2013, perché ha la possibilità, grazie alla tecnologia, di farci esperire quello che percepisce lui, quei suoni singoli finalmente come li pensa.

Suoni poderosi, che nella classicità shoegaze necessitavano di accumulazione di livelli (come spiega, in quattro e quattro otto, nel miniclip di presentazione del documentario Beautiful Noise), mentre oggi sono sufficienti le proprietà della strumentazione e della produzione a margine e intorno alle Fender Jaguar. Per arrivare al risultato di Loveless, i Valentines avevano bisogno, vent’anni fa, di instaurare con la tecnologia un approccio compositivo. Di accumulare campioni ed elettroniche. Di stratificare di livelli, che andavano, per così dire, orchestrati, sovrapposti con una teoria e una pratica che divenne la quintessenza del capolavoro. Ora la tecnologia permette di raggiungere quella trascendenza lavorando su uno strumento isolato: ­confrontate gli esseri più strani degli ultimi due album, Touched e Is This And Yes, e sentirete questa differenza. Il lavorio ora è tornato a essere produttivo, più che compositivo. Ora Shields può scrivere delle roboanti per quanto celestiali pop song (New You). Sono canzoni che potenzialmente potrebbero perdurare all’infinito – e sono adatte a essere allungate a dismisura, come succedeva a quelle di Loveless nelle leggendarie per quanto rare occasioni live immediatamente successive alla pubblicazione del secondo album.

Proprio i brani che concludono, che a primo ascolto sembrano i più innovativi, ci parlano invece di un discorso possibile dell’evoluzione da Loveless a “Loveless parte seconda”. Wonder 2 è un picco difficilmente raggiungibile da altri menti musicali attualmente in corso. Epperò ci sentiamo le possibilità di iperspazio solo a fronte del decollo di Loveless. Ci sentiamo in un certo senso quello che aspettavamo ardentemente ­anche perché, qualche anno dopo Loveless, Kevin dichiarava già di stare lavorando su una materia musicale con ritmo da giungla (ed ecco a cosa si riferiva). Ciò che si sperava arrivasse e ci riportasse in un luogo inesplorato, mbv lo fa sul chiudere. La disposizione dei brani racconta una strana storia, per così dire, che combatte l’ansia di emancipazione. Possiamo seguirla e giudicarla, oppure estrometterci e lasciarci trasportare da queste nuove occasioni di levitazione.

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