Recensioni

Con un curriculum già nutrito alle spalle (collaborazioni con Sufjan Stevens tra gli altri), Shara Worden alias My Brightest Diamond arriva al secondo album dopo l’esordio del 2006 (Bring Me The Workhorse).
Qualcosa è cambiato, se la polistrumentista americana ha sentito il
bisogno di tornare alle sue origini, contaminando in chiave decisamente
orchestrale il pop rock con cui l’avevamo conosciuta sino ad ora.
A Thousand Shark’s Teethè in realtà un progetto coevo al primo disco; l’idea originaria era
infatti quella di realizzare un intero album con un quartetto d’archi,
idea che si è via via trasformata negli anni, mantenendone la base e
arricchendosi poi dal punto di vista sonoro, in un chamber pop
stratificato con occasionali inflessioni rock, arrangiato dalla stessa
artista.
L’opener Inside A Boy è una
ballad sostenuta che celebra l’incontro tra archi e chitarre ed è uno
dei pochi brani che può riportare al passato; per il resto si assiste ad omaggi agli studi operistici della Nostra (la citazione in chiave chamber di un’opera sull’infanzia di Maurice Ravel in Black And Costaud, pezzo che assume via via un mood sempre più drammatico e oscuro, a metà strada tra Carla Bozulich e Scott Walker); poi dialoghi tra gli archi nella maggior parte dei brani, sostenuti dalla profonda e dinamica voce di soprano di Shara, a suo agio in ballad e pezzi più movimentati, come nel crescendo metallico e atmosferico di The Ice & The Storm, nelle circonvoluzioni vocali e sonore di To Pluto’s Moon, ballata classica tra Nina Simone e Bjork, quest’ultima evocata in più di un’occasione.
E ancora contaminazioni sonore alla Peter Gabriel, echi di Tom Waits dalle parti di Alice, inflessioni Jeff Buckley per l’intensità del canto, fascinazioni sonore Cocteau Twins. Ma in fondo in questo sophomore albumla Worden si dimostra piuttosto sicura dei propri mezzi, finendo col non assomigliare a nessuna delle sue fonti ispirative, consce e inconsce. C’è un’impronta fortemente personale in questo un disco in cui My Brightest Diamond assomiglia deliziosamente solo a se stessa. Bentornata dunque.
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