Recensioni

6.7

Questi quattro ventenni sono gli ultimi arrivati fra quelli a cui è
toccato in sorte di tenere alta la bandiera del nuovo indie pop
londinese post-Libertines, insieme ad amici come Jamie T e l’esordiente
Laura Marling, nonché i più noti Arctic Monkeys e Klaxons. Già dai nomi
snocciolati in queste due righe potete farvi un’idea dei Mystery Jets;
aggiungiamo che dietro questo Twenty One (già il secondo album) c’è Erol Alkan,
dj gettonatissimo – si vocifera ci sarà lui nel prossimo Franz
Ferdinand – e produttore quasi di casa alla Rough Trade, considerando
che il suo nome sta anche dietro alla contemporanea uscita delle Long Blondes.

Leggeri
ma non troppo, questi ragazzi sembrano voler recuperare tutto ciò che
si sono persi nel decennio che li ha visti nascere: quegli ’80 di cui
riprendono, provandoci un certo gusto, alcuni stilemi ricercatamente
kitsch – diremmo, simpaticamente truzzi – a partire da Hideaway, sorta di Bronski Beat infiorettati da chitarra Fripp/bowiana, o MJ, colma di riferimenti a U2/Police.
Dei Klaxons meno esaltati, verrebbe da dire; ma le loro radici sono in
realtà inevitabilmente (indie)pop (da Strokes e Libertines in giù),
come mostrano le tante canzoncine in bilico fra ruffianeria e
intelligenza, arguzia e divertito paraculismo, di cui alcune abbastanza
gradevoli (Two Doors Down su tutte).

Più che mai svettante – vedi la nascosta title track– , l’ugola del leader Blaine Harrison, in un improbabile equilibrio
fra slack sgraziato Clap Your Hands Say Yeah e certo lirismo Jeff
Buckley, si fa portavoce di un esistenzialismo da cameretta che ben si
sposa con certe atmosfere ’80 alla Smiths/Aztec Camera (non a caso, in Half In Love With Elizabeth c’è lo zampino di Stephen Street).

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