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Il titolo sembra quasi una rivincita: il disco del suo ultimo Sanremo infatti, Luna in piena, avrebbe dovuto intitolarsi non come la canzone presentata al Festival ma come un suo verso, ovvero Mi dondolo in disparte. Ragioni promozionali imposero il cambiamento ma ora, senza le pressioni della gara, la cantante è libera di intitolare il nuovo disco in un modo che ricorda quello scartato all’epoca. Nella sua esplorazione dell’universo femminile sia interiore che sociale, infatti, l’attenzione di Nada è attratta da quel tipo di donne “laterali”, strane non per ciò che sentono o pensano (spesso simile a ciò che sentono o pensano tante altre), ma perché si rifiutano di reprimerlo per adeguarsi al conformismo, o non ci riescono, o non ci pensano nemmeno.
Personaggi nei quali l’artista si rivede e che ha raccontato nei dischi scorsi come anche nel romanzo La grande casa, ma che qui tornano con forza ancora maggiore, in prima persona o meno: dalla dichiarazione dell’iniziale Come un corpo dentro ai panni (“io mi animo e me ne vo / anima sola, me ne vo”) a quella della title track, dalla sorniona Sonia alla donna scambiata per una terrorista, dalla ragazza di buona famiglia innamorata del ragazzo povero e maledetto a quella che scherza sul sacro e dice all’amante che sarà lei il suo Dio, passando per quella convinta che “questa vita cambierà” , è tutta una galleria di personaggi femminili in conflitto con un ambiente disumano, quello di una contemporaneità che li considera strani e malati. Temi classici, come detto: il singolo L’ultima festa riprende letteralmente il testo della vecchia Asciuga le mie lacrime (dove la musica accompagna il funerale, quello del mondo attuale) ma con meno rabbia e una sicurezza di sé che permette l’ironia.
Anche musicalmente si procede tra continuità e varianti: dopo i dischi siciliani e dintorni (Tutto l’amore che mi manca del 2004 e parte di Luna in piena) e dopo quello toscano (il Vamp di due anni fa), questa volta la band pesca un po’ ovunque dall’indie nostrano, da Enrico Gabrielli (che è anche direttore musicale) a Rodrigo D’Erasmo, a comporre un ensemble che veste con gusto e duttilità un gruppo di canzoni in cui Nada dà l’impressione di colorare la sua linea post-’99 recuperando qualche stilema sia dei suoi anni ’80 che precedente, passando con disinvoltura da una title track in cui vena di vintage il suo stile recente, alle variazioni forse ingenuamente caricate di La terrorista, riscattate però dalle dissonanze lavorate di fino dei musicisti; dai vocalizzi sbarazzini del suddetto singolo a quella sorta di twist gitano di Questa vita cambierà, dal punk Zen Circus (ma anche Criminal Jokers) con cambi di tempo di Gente così al camerismo arioso di Auguri, fino alla suggestiva ballata conclusiva di Sulle rive del fiume.
Se l’impressione è che manchi il classicone, la certezza è che mancano però quei momenti di leggero calo che ogni tanto affioravano nei dischi precedenti: mentre perfino i giovani retro-inseguono Amore Disperato e Ma che freddo fa, Nada continua a scriversi il presente.
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