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7.4

Di solito il percorso è inverso. Prima c’è il purismo e poi l’album contaminato. Prima l’album di genere e poi quello appetibile a un pubblico più ampio e a platee trasversali. Il caso di Nathan Fake è invece capovolto e invero avvincente. Dapprima arriva l’album rivelazione, Drowning In A Sea Of Love, disco da classifiche di fine anno, folgorante raccolta di sornioni sketch pirotecnici all’incrocio tra l’anima più pura dell’idm britannica, lo shoegaze, l'indie e la folktronica. Poi, quattro comodi anni dopo, esce un ellepì che spiazza per durata (33 minuti) e taglio smaccatamente dancefloor tanto che all’ora ci sembrò quasi un EP boutade e non una vera seconda prova. Nessuno scherzo, Nathan faceva sul serio, Hard Islands era una personale interpretazione del classico Rephlex sound di casa Richard D. James, ovvero uno volo ad ali spiegate tra beat techno, acid e tanta elettronica bedroom 90s tutta rigorosamente analogica e dal sapore agreste. Riascoltarlo oggi è illuminante.

Anche quel lavoro, come il precedente, era stato composto nelle notti della sua Norfolk, cittadina di campagna che torna ad oltranza nella poetica fakeina come non solo luogo dell’anima ma anche come parte di un antico passato britannico. Iceni Strings, traccia contenuta anche nel nuovo EP, ad esempio, si riferisce a un’antica tribù celtica della zona, così come Neketona, in tracklist di Steam Days, è l’antico nome di Necton che è esattamente il village da dove Nathan proviene.

Il nuovo album, composto e pensato a Londra dove il ragazzo si è trasferito per lavorare, vivere e remissare (tra gli altri Radiohead), nonché sede della fida label Border Community del lume tutelare James Holden, è un ulteriore passo verso una visione elettronica che lo accomuna, per qualità e visceralità, sia allo stracitato Aphex Twin (lo sguardo sulla country side britannica), sia a Clark (per ecletticità e tagli ritmici) ma anche allo stesso Holden di The Idiots Are Winning.

Sotto queste ali, a rendere prezioso Steam Days è senz’altro una viscerale dimensione casalinga/paesana/artigianale. Su basi "a manovella", Fake suona dal vivo e si sente. Ci tiene a sabotarsi (misuratamente) il mix tagliando code, sporcando con nastri, suonando off key à la Boards Of Canada o alzando i volumi dei synth a sentimento, il tutto lasciando che il flow idm domini, crei le fascinazioni e i ricami in cielo, le sue volte sintetiche (Iceni Stings). Nemmeno la nuova dimensione "urban" viene trascurata: rientra sottoforma di grattugie skate di marca Autechre, synth pop (Neketona), e 2 step burialiano (Cascade Airways) stagliato magari su una tela di scurissimi Cliff britannici e cassa quattro.

Alla larga dalla facile nostalgia, dai revival e dalle mode, Steam Days è, assieme, un lavoro sulla memoria, sull’abbandono di una parte del proprio passato e una ricongiunzione con esso. La tag retro-futurista – della press – è sempre comoda per caratterizzargli una dimensione giornalistica/promozionale ma la verità è che, in piena mossa Brit, nel rispetto di una tradizione consolidata del fare elettronica, Fake aggiunge quel poco che conta e con l’umiltà che è solo dei grandi.

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