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Quello del venticinquenne Nazar è un nome già entrato nel radar di chi segue, con attenzione, lo sbrogliarsi della ricca matassa sonora che l’evoluzione nelle chiavi sperimentali della bass music ci sta proponendo in questi anni. Merito, anche e soprattutto, della inarrestabile Hyperdub di Steve Goodman, in arte Kode9, che dal 2004 continua a indagare soprattutto i meandri più oscuri e meno scontati di questo universo sonoro.

Proprio sulla label londinese, nel 2018, era uscito Enclave, EP di esordio del promettente produttore di origini angolane, cresciuto in Belgio e ora di stanza a Manchester. Già allora avevamo intuito quanto ci fosse di profondamente biografico in quella sintesi nervosa di influenze rave, ritmi grime, virate kuduro e atmosfere molto industrial. Le memorie che il padre, Alcide Sekalas Simoes, generale ribelle in prima linea nel lungo conflitto angolano, aveva impresso nel libro Memòrias de un guerrighliero, sono, evidentemente, parte integrante di un vissuto doloroso e complicato, con il quale più volte l’artista si è voluto confrontare direttamente, tornando spesso in patria per osservare e capire meglio.

Quel suono così tridimensionale che lui stesso ha definito rough kuduro, a sottolineare la matrice folk di un suono che per lui è, prima di tutto, legame con le proprie origini. Poi è promessa di un nuovo futuro, elaborato dalle generazioni più giovani spesso in giro a meticciarsi per il mondo, come promessa di una più positiva unificazione nazionale, dopo trenta anni di dolorosi travagli. Quel suono vive di dettagli estremi, spigolosi campioni, loop vocali e tessiture ritmiche imprevedibili, come conferma questo Guerrilla. Un lavoro pieno di tensione narrativa verace, declinata secondo criteri espressivi senza fronzoli, cruda ed emotiva. Ghettotech dal fronte, nella quale la scuola del suono lusitano cresciuto in casa Principe (la label di DJ Nigga Fox mirabilmente raccontata nel recente documentario Lisbon Beat firmato da Rita Maia e Vasco Viana) vira verso tinte molto più acide e claustrofobiche. D’altra parte, i codici che Nazar ci aveva già dato come riferimenti estetici, nella produzione dei video teaser fin qui realizzati, possono esserci utili per completare un quadro in evoluzione. Considerando una serie di referenze per nulla banali, che portano il nostro a citare le teorie espresse da Paul Virilio in War and Cinema: the Logistics of Perception: «Una Guerra di immagini e suoni sta sostituendo quella degli oggetti (proiettili e missili). Essa non può rinunciare ad essere spettacolo magico, dato che quello è uno dei suoi propositi». I riferimenti alle ricerche sulle armi soniche condotte in ambito accademico da Kode9 non possono rimanere fuori da questo quadro, evidentemente.

Sia l’estetica di Enclave che quella di Airstrike, entrambi realizzati in collaborazione con Jase Coop, prediligevano un approccio glitch, basato su un sampling di stampo situazionista, con tanto di voce fuoricampo pitchata a dovere. Il risultato, distopico e oscuro, richiama le atmosfere sonore nelle quali promette di immergerci anche il nuovo progetto. In effetti le composizioni dell’angolano sembrano muoversi tra due approcci sinestetici: da una parte una grande attenzione alla costruzione di texture sonore, variegate nei timbri e basate sulla risonanza; dall’altra una spazializzazione costante del suono che ricerca effetti tridimensionali dallo spirito quasi neorealistico.

Già dalla iniziale Retaliation siamo immersi in una massa umida di field recording, litanie vocali lontane e synth affilatissimi, giusto prima di precipitare nello spoken word gassoso di Diverted, caratterizzato da potenti bassi low-end, o in quello metallico, quasi dub, di Bunker, con la voce di Shannen a dar manforte a quella dello stesso Nazar nel raccontare le violenze seguite alle elezioni in Luanda del 1992. È tutta un frastagliarsi di mini-sample, un precipitare di piccoli eventi sonici, la successiva UN-Satisfaction, capace quasi di evocare atmosfere alla Burial su una fitta trama vocale, modulata a dovere, nella quale si raccontano le dolorose vicissitudini della parte femminile della sua famiglia. Nel fluire organico delle tracce successive, sorprende invece Film-92_Stringer, caratterizzata da una cassa quasi festaiola, gioiosamente sospesa tra step, global beat e matrici house. Why ci fa ripiombare in un universo sintetico dai toni apocalittici e ossessivi, giusto prima della planata finale, tra le note frastagliate di End of Guerrilla, per consegnarci un album maturo e importante, non solo sul versante strettamente musicale.

Un esempio di come la riflessione civile, i percorsi biografici, l’indagine sul presente possano essere tutti elementi capaci di entrare in certa produzione sonora contemporanea che non si pone limiti o barriere di genere. Perché, come dice lo stesso artista nell’introdurre questa chiusa: «Puoi far sentire la tua voce anche se senti di non avere niente da dire… la pioggia può simboleggiare il perdono, lavando via dalle strade dell’Angola tutti i demoni che la guerra vi ha portato». Lee Scratch Perry docet.

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