• Apr
    18
    2014

Album

Third Man Records

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Ancora lontano dalla pensione, Neil Young continua a essere un vulcano di sorprese. Pochissimo tempo fa la rockstar canadese promuoveva Pono, un innovativo lettore musicale portatile che permette di memorizzare un buon numero di album con una qualità audio superiore persino a quella del CD. E ora la stessa mano firma il disco che alcuni critici hanno definito l’album “più low-fi mai prodotto da una major”.

Scatti, distorsioni del suono e un costante fruscio accompagnano le dodici cover di A Letter Home, album interamente acustico che ripercorre alcuni momenti chiave del cantautorato inglese e americano. Certo, confrontarsi con una musica incisa con un vecchissimo registratore amatoriale non è facilissimo nell’era dell’elettronica e dell’alta fedeltà, ma con questo gesto, Young sembra voler dire al suo pubblico che il viaggio nel passato è lungo e tortuoso per chi vuole affrontarlo, e che alcune forme musicali sono ormai documenti storici, ricoperti da un’indelebile patina di polvere. La scelta dei brani rivela infatti una certa minuzia e voglia di scavare a fondo: accanto a brani certamente più noti, tra cui sicuramente Girl from the North Country (Bob Dylan) My Hometown (Bruce Springsteen), riscopriamo nomi come quello di Phil Ochs, le cui ballate sono state raccolte nel corpus di folk music dello Smithsonian, e di cui Young ci regala una bella versione di Changes, o quello di Tim Hardin, con Reason to Believe, o ancora il compatriota canadese Gordon Lightfoot, autore di If You Could Read My Mind.

Tra gli aspetti migliori del disco, sicuramente i riferimenti, che tutti insieme formano una costellazione di artisti che devono aver avuto tanta parte nell’ispirazione di Neil Young (anche se molti dei brani di A Letter Home hanno visto la luce quando l’interprete era già piuttosto famoso). Piuttosto, in questi fruscii e in questo gracchiare sembra di rivedere la stessa bassa qualità delle storiche registrazioni dell’Anthology of American Folk Music, questa sì, un po’ più anziana di Young e determinante per la sua produzione futura. Se vogliamo, dunque, A Letter Home si pone come una nuova antologia di autori ormai relegati a un passato lontano. Dal punto di vista dell’esecuzione, vediamo poi un Neil Young fatto solo di chitarra acustica, poco pianoforte e l’immancabile armonica, come in alcuni momenti chiave della sua produzione, e che ancora una volta conferma una vicinanza artistica alla folk music americana che difficilmente può deludere. C’è personalità nell’esecuzione di ogni brano, e a volte ci si dimentica persino che si tratti di una cover. D’altro canto però, il disco propone poco o niente che già non si conoscesse, e a così breve distanza da Americana, altro disco dedicato ai traditional a stelle e strisce, forse ci si poteva aspettare qualcosa in più. Se lì i rifacimenti erano avvalorati dal sound acido dei Crazy Horse, un’opera così minimale risente un po’ di un certo vuoto contenutistico.

In definitiva, i materiali sono molto buoni, così come lo è l’idea di confezionarli in una veste particolare e retrò, e il tocco di Young si può dire non sia mai banale. Manca forse un po’ di ispirazione, che avrebbe potuto trasformare A Letter Home da un album per appassionati di Neil Young, o al limite di folk music, in una proposta cantautorale davvero coinvolgente.

17 Luglio 2014
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Neil Young

Live At Fillmore East, 1970. Neil Young Archives Performance Series Disc 02

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