• Set
    01
    2010

Album

Reprise

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Facile ma arguta l'allusione del titolo al produttore Daniel Lanois, vero e proprio co-starring di questo lavoro, milionesimo titolo nella carriera infinita di Young. L'arguzia sta appunto nel celare dietro al calembour l'importanza del rumore – questo significa "le noise" in francese – per l'arte passata, attuale e forse futura del canadese. Rumore fido compagno ma duro da addomesticare, da plasmare, indocile alla disciplina delle forme, ruggito di pancia della bestia elettrica che non dorme mai. Il suono (acustico o elettrico) per Neil è sempre stato (anche) rumore. Quel suo stile così spigoloso e malfermo (tanto come strumentista che come cantante) è qualcosa di più che tecnica scadente e altro ancora da una calligrafia, è il segno stesso di un livello espressivo che come un filo rosso ha attraversato l'ultraquarantennale repertorio.

In questo senso, Le Noise mi sembra, almeno come idea di base, un disco importante. Perché se non è la prima volta che Young si confronta da par suo con questo aspetto (soprattutto con Arc e con la soundtrack di Dead Man, ma in questa chiave possono essere letti anche gli "azzardi" stilistici di Trans e Re-ac-tor ed il banco di prova acustico di Unplugged), è inedito l'affidarsi ad un produttore di tale livello. Il quale ha nel background tra le altre cose il precedente di Oh Mercy, l'album che recuperò una controversa ma tutto sommato riuscita profondità al suono di Bob Dylan. Lecito quindi ipotizzare che questo disco sia nato con lo scopo preciso di approfondire la questione: verificare la possibilità di un rumore strutturato come suono nell'arte younghiana. Neil Young si presenta così in perfetta solitudine con otto canzoni nuove (o seminuove), impregnate di quella stessa brusca apprensione – o "impegno" se preferite – che pervade gli ultimi lavori, in molti casi purtroppo all'insegna di un "cotto e mangiato" pressapochista che non rende giustizia né all'autore né all'ascoltatore (va un po' meglio con l'acustica Love An War e con quella Hitchhiker già proposta da qualche anno nei concerti).

Le chitarre e la voce finiscono riorganizzate nella dimensione sonica di Lanois, in quel dominio plastico di riverberi e delay e dinamiche mercuriali, la spazialità scolpita in un non-luogo terrigno e digitale, un mondo insomma d'inquietudine ingegneristica, il mistero più patinato che c'è. Se è discreto l'intervento nei due episodi a spina staccata, negli altri casi immaginatevi la grana scabra à la Sedan Delivery sterilizzata e messa sotto una gelatina tremula. Il risultato è affascinante solo sulla carta, nella realtà suona piuttosto improbabile. Otto cavoli a merenda con un loro non meglio definito e neanche indispensabile perché.

23 Settembre 2010
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