Recensioni

Ci voleva un fricchettone di 67 anni per dare un calcio al quadro oleografico e pacificato che la recente retromania ammannisce al popolo delle ristampe e ad un pubblico che, nell’iper produzione odierna, preferisce andare sull’usato sicuro dei classici (che poi si facciano passare per classiche anche cose semplicemente vecchie, è un altro discorso), frequentando i concerti dei grandi nomi per vedere l’equivalente di una fiction TV sulla storia e l’arte del “personaggio” in questione. In realtà, in apertura ci sarebbe anche il “nuovo” Devendra Banhart, il quale però, pur nella pregevolezza e nella grinta della sua nuova strada – un rock allontanatosi dalle inflessioni indiane, per avvicinarsi a Ben Harper – sembra aver perso ciò che gli dava sale e specificità, né può o vuole intervenire sulla questione.

Young, dal canto suo, è uno che, icona degli anni d’oro del movimento hippy e della West Coast, a fine ’70 era sull’onda nuova a registrare coi Devo, a inizio ’80 si dedicava a sperimentazioni di genere senza timore che l’audacia e la scarsa ispirazione potessero fargli perdere pubblico e faccia (come nei fatti accadde), tra fine ’80 e inizio ’90 invece rinasceva lungo la sua vena più rumorosa, in tempo per farsi riconoscere padrino del grunge (a metà decennio sceglierà i Pearl Jam come backing band per Mirrorball) e confermando quella vena nel live rumorista Weld (il cui bonus disc Arc rilanciava la sfida appropriandosi anche della lezione dei Sonic Youth). Ovvio perciò che, pur portando in tour un disco ispirato come l’ultimo Psychedelic Pill, il Nostro tutto avesse intenzione di fare meno che il classico concerto “album più recente + greatest hits”.

Gli basta invece tirar fuori un paio di idee, la più recente vecchia di 20 anni, per ricordare che quella storia del rock che si vorrebbe costituita solo da un edenico passato luminoso in cui un capolavoro si succedeva all’altro seguendo un flusso agitato solo dai vizi dei geni in questione (tanto condannati, i vizi, quanto spiati con morbosa attrazione nelle mille retrospettive di cui l’editoria musicale sovrabbonda) è in realtà una storia fatta di strappi, conflitti, incomprensioni, sfide al pubblico non sempre vinte, fallimenti, azzardi; insomma, tutto ciò che una percentuale troppo alta di gruppi recenti ha dimenticato, in un imborghesimento generale quasi peggiore di quello degli anni ’80, quando almeno nell’underground le cose continuavano a muoversi.

Una delle due vecchie idee, gli amplificatori giganti che risalgono a Rust Never Sleeps e relativi tour e film, in Italia non l’ha portata (e non abbiamo visto nemmeno la crew vestita da scienziati pazzi, o le bandiere USA giganti, o la statua del pellerossa); l’altra, il ritorno al suono di Ragged Glory, relativo sunnominato live Weld e conseguenti deviazioni noise, invece sì. Ed è quella che in Inghilterra e a Dublino, secondo Uncut, ha sconvolto la parte di audience che si aspettava i classici e invece ha ascoltato dieci minuti di feedback alla fine della monumentale Walk Like A Giant (che peraltro c’erano già sul disco), arrivando a parlare di “aural sodomy”. A quanto pare non tutta la storia del canadese è nota a chi lo va a vedere live. A Lucca in realtà il pubblico ascolta sì sorpreso il momento noise, ma non fa partire i “boo” di Dublino; anzi, in occasione dei brani di Psychedelic Pill escono striscioni con i versi delle canzoni, segno che sia il cantante che i fan credono nell’ultimo disco.

Perché, di fatto, in scaletta ci sono il disco più recente ma anche i classici: benché siano saltati evergreen quali Like A HurricaneHey Hey My My e Rockin’ In The Free World (presenti in genere nel set del tour e forse esclusi per i limiti d’orario della piazza) e benché manchi qualche altra pietra miliare, c’è comunque la Heart of Gold attesa da tutti ed eseguita durante un intermezzo acustico successivo al momento noise (durante il quale parte anche un omaggio a un celebre collega, con la cover di Blowin’ in the Wind), nonché l’elettricità di PowderfingerCinnamon Girl, i lontani esordi Buffalo Springfield di Mr. Soul e, nel finale, Everybody Knows This Is Nowhere e i saluti di Roll Another Number (For The Road).

Per il resto l’erratica scaletta, oltre al solito paio di inediti che l’autore sperimenta dal vivo (Hole In The Sky e Singer Without A Song nel suddetto intermezzo acustico) e alle due canzoni da Ragged Glory di cui si diceva (Love and Only Love e F##in’ Up, che con la prima in apertura dichiarano il riferimento sonoro della serata), annovera un ripescaggio da Silver and Gold (Red Sun) e soprattutto quello inaudito di Surfer Joe & Moe The Sleaze da Reactor. Un disco, quest’ultimo, che verrebbe da ribattezzare “reietto”, vista la sua presenza fissa anni fa nelle casse degli album in offerta, con quella copertina che lo fa sembrare il famigerato disco col vocoder (in realtà Trans) e che invece era solo uno dei poco ispirati titoli di inizio ’80 – però sferragliante il giusto per essere associato al sound di questa serata.

Un Neil Young, dunque, che non ha nessuna voglia di celare le zone d’ombra della sua storia o di rinunciare ad illuminarle (vedi appunto la rivalutata Surfer…), e che racconta il suo percorso senza omettere alcun aspetto, accompagnato dai soliti Crazy Horse perfettamente coesi anche nel piglio informale con cui suonano, anche nelle imprecisioni; soprattutto, sostenuto da una vena e da una forma grazie alle quali cammina appunto con la calma determinata di un gigante (venata al solito di inquietudini umbratili) in mezzo al mondo e alla propria storia.

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