• Giu
    01
    2012

Album

Smalltown Supersound

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Introdotta da due ciliegie succose di sangue (il sangue dei legami affettivi più e prima ancora che parentali), Neneh Cherry torna su disco dopo qualche anno di assenza e lo fa insieme al trio jazz di Mats Gustaffson che porta il nome di una composizione di papà Don: The Thing. Neneh e il gruppo si sono incontrati nel 2010 in uno studio a Londra, ed è stato amore a prima vista. Via con le jam, i concerti, adesso ecco l'album.

Qui abbiamo otto cover sorprendenti per fonti e splendide per resa, è il caso di vederle una per una. Cashback, ruvido r'n'b scritto da Neneh, dischiude la propria natura blues/freejazz nel potente inciso; Dream Baby Dream, perlina dei Suicide molto Velvet Underground e che tanto piace a Springsteen, viene come ripassata alla luce del Tom Waits di Innocent When You Dream, sovrapponendosi alle tenere perversioni di una Walk on the Wild Side; con Too Tough To Die Neneh rende omaggio a una delle sue allieve/eredi della Bristol trip-hop, Martina Topley-Bird, con una versione tostissima che tira in ballo addirittura gli Stooges; Sudden Movement, firmata Gustafsson, una specie di pezzo dei Lounge Lizards come se i Karate facessero jazzcore, mette in evidenza il gusto e i modi – appunto – zuianivandermarkiani del sassofonista svedese; l'MF Doom madlibiano di Accordion, è la più personalizzata delle cover, viene riletta con un ombroso gusto cameristico, e anche togliendo quell'hook fantastico che è appunto il suono dell'accordion (un tipo di fisarmonica) la cosa funziona che è una meraviglia; Golden Heart è il Don Cherry dell'esordio su Blue Note, con Gato Barbieri al sax, desertico, arabeggiante, in qualche modo masadiano; ed eccoli adesso gli Stooges, in una magistrale rilettura del sexissimo slow Dirt da Fun House; What Reason è il Coleman languido ed esotico che si faceva spalleggiare da papà Don, sempre lui, con Neneh a sostituire magnificamente i vocalizzi dell'indiana Asha Puthli.

Che dire: grande classe soul camaleontica nella voce, perfettamente a proprio agio tra le trame spesse e raffinate del jazz gustafssoniano, perfetta elegante amalgama di new thing, jazzcore, blues e suggestioni world. Solo otto brani, neppure una nota in più del necessario, ed è tutto un bellissimo sentire.

15 Giugno 2012
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