Recensioni

Il fatto che i Neurosis siano una delle band più importanti della musica estrema degli ultimi dieci anni (e oltre) è una verità incontrovertibile e diventa superfluo continuare a ribadirlo ad ogni occasione. Forse, complice anche l’impenetrabile alone di culto che li circonda, quell’aura quasi mistica che nel corso del tempo hanno saputo ritagliarsi addosso, sembra di trovarsi di fronte ad artisti la cui rilevanza abbia di gran lunga superato quella delle proprie creazioni. Proprio come accade a molti altri, in molti altri settori. I Neurosis come band e come esperienza collettiva nel corso del tempo sono più influenti dei loro stessi dischi, di cui almeno quattro o cinque (Souls At Zero, Enemy Of The Sun, Through Silver In Blood, Times Of Grace, A Sun That Never Sets) stanno in una stretta graduatoria che va dall’eccellente al capolavoro.
Tanto si ribadisce per dovere di cronaca, perché a questo punto, al cospetto del decimo disco in carriera, che arriva dopo cinque anni da Given To The Rising, quel malinconico senso di delusione che immediatamente ti prende di fronte al riff sciattissimo di We All Rage In Gold sembra quasi un effetto collaterale inevitabile. Eppure la visione storta dei Neurosis, anche se sbiadita rispetto al passato, non è del tutto persa. Il riff sabbatthiano di cui sopra, dopo un tenebroso intermezzo per sola voce si incardina in una visione acida delle loro, in un territorio che conoscono bene, dove sludge, doom, psichedelia e folk si trovano a mimare quel brivido esistenziale da catastrofe che è il vero marchio della band di Oakland.
Tutto il disco continua così. Molte trovate stucchevoli e scialbe vengono salvate in corner da aperture visionarie degne dei tempi andati. Si vedano la cornamusa pagana che apre in due la marcia sfiancata di At The Well; l’intro industrial di My Heart For Deliverance, che esplode in un riff epico e acido, salvo poi incunearsi in un’oasi folk che fa il paio con i dischi solisti di Kelly e Von Till. Bleeding The Pigs probabilmente è l’apice del disco con il suo tribalismo catastrofico che dà lezioni di apocalisse a Tool e derivati. Il lato più heavy fa quadrato in All Is Found… In Time che è un’altra vetta, tra continui cambi di ritmo e d’atmosfera.
Produce, come al solito, Steve Albini che firma un’altra produzione incentrata sulla sezione ritmica a fare da scheletro al disco piuttosto che il fondale a margine. A conclusione non è colpa di Honour Found In Decay se si avverte qua e la qualche elemento di stanchezza. Piuttosto sono i dischi elencati più sopra che stanno davvero oltre nel micro mondo apocalittico dei Neurosis.
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