• Apr
    01
    2005

Album

Warner Music Group

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Nonostante negli ultimi 12 anni abbiano pubblicato soltanto due dischi, l’appartenza di diritto alla Storia – quella con la S maiuscola- ha assicurato ai New Order quell’indiscusso rispetto che, in virtù del passato (sia remoto che più recente), sicuramente meritano. Negli ultimi tempi, a rinverdire i fasti della band mancuniana ci ha pensato – oltre all’intramontabile mito dei Joy Division – un disco come Get Ready (2001), che li ha rilanciati alla grande nonostante la spiacevole defezione di Gillian Gilbert.

Reclutato in pianta stabile il chitarrista Phil Cunningham (già on stage nel tour del 2001) e assoldati alla produzione gli egregi Stephen Street, John Leckie e Stuart Price, oggi Bernard Sumner, Peter Hook e Steven Morris ritentano il colpaccio con Waiting For The Siren’s Call, un album che ricalca i sentieri tracciati dal fortunato predecessore riproponendo allo stesso modo il sound inconfondibile e il modo di fare musica che assicurò il successo di Power, Corruption & Lies e Low Life; ma attenzione, il poter contare su un marchio di fabbrica non sempre assicura automaticamente la qualità del risultato finale. Beninteso: queste nuove canzoni sono New Order al 100%: melodie accattivanti, testi disimpegnati, propensione al ballabile; insomma, quel dance-pop vagamente ruffiano – e, per questo, efficace – a cui siamo ben abituati. Rispetto a Get Ready, da un lato si calca la mano sulle chitarre (vedi la prima parte del disco, votata ad un orecchiabile e mainstream guitar-pop), dall’altro si accentuano le tendenze dancey, trattenute quasi a forza nel disco precedente. Il risultato, in entrambi i casi, lascia l’amaro in bocca: Who’s Joe, Hey Now What You Doing, Turn (forse la più riuscita in questa direzione) la title-track e il singolo Krafty, seppure catchy, non hanno certo il mordente dell’asso-piglia-tutto Crystal, ed episodi come Jetstream, I Told You So (ruffiana dance caraibica che non va oltre la All That She Wants degli Ace of Base) e Guilt Is A Useless Emotion (agghiacciante techno impostata sul duetto lui-lei I Want Your Love / I Just Can’t Hide It / I Need Your Love etc etc) risultano addirittura imbarazzanti; uno sporco e inatteso boogie Stooges-iano posto in coda (Working Overtime) non basta a spazzare via la glassa che ricopre gran parte del disco. E se dal canto loro Dracula’s Castle e Morning Night And Day puntano più decisamente le fiches sull’appeal techno-synth – pop ’80, sporcato da un’attitudine rock à la Primal Scream, il giochino qui funziona, ma fino a un certo punto: quanto senso ha oggi riproporre alla lettera sonorità che erano il top tra ’80 e ’90, con l’implicita presunzione che possano andare bene anche oggi? Certo, non ci si aspetta che i New Order cavalchino l’onda del revival new wave, o che tantomeno seguano le ultime tendenze del settore (leggi: DFA, magari alla maniera Daft Punk), ma almeno che riescano a fare la loro musica con meno mestiere e più cuore.

Ci riferiamo alla tensione, che, seppure nascosta dalla patina pop, percorreva brani come le antiche Procession o Sunrise, o le recenti Crystal e Primitive Notion; quella stessa tensione che discendeva diretta dall’eredità di quella gloriosa formazione di cui i tre hanno fatto parte alla fine dei ’70, e che si stemperava nell’intelligente dance pop degli ’80. Spiacente, in un album tremendamente mainstream come Waiting For The Siren’s Call, non ve n’è traccia.

1 Aprile 2005
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