Recensioni
Sul Niccolò Fabi esordiente era difficile scommettere, tutto diviso tra bel faccino e divertissement, e non gli avremmo certo prefigurato una luminosa carriera. Invece eccoci al disco numero sette, a dire qualcosa che somiglia proprio a Ecco trovandoci di fronte al frutto di una naturalissima e pregevole evoluzione artistica. Impossibile, diciamolo subito, dimenticare il fatto privato, quello tragico che due anni fa portò Fabi drammaticamente su tutti i giornali (la morte della figlia): sarebbe ipocrita insomma valutare questo lavoro dimenticando quanto sia stretto il nodo per un autore tra la propria scrittura e fatti così essenziali della propria esistenza.
Fabi corre dritto per una strada che è il prosieguo del tutto coerente di Solo un uomo (2009) e dà vita a un lavoro maturo, dalla scrittura riflessiva, accurata e misurata. Testi introspettivi, a riflettere su un sé che si muove nel proprio tempo – il nostro – con tutte le riserve del caso. Ironico, sofferto, attento: questo è un Fabi che, ancora una volta, non vuole sedurre l'ascoltatore ma sedersi con lui e insieme a lui riflettere. A suo modo, Ecco non è un disco semplice, con questa forma narrativa che non esclude lo slancio pop ma in qualche modo, lo costringe a un rallentamento anche quando non sarebbe previsto (Indipendente, Le cose che non abbiamo detto).
Una buona prova insomma, radicata nelle origini di quella nuova scuola romana di cui Fabi è da sempre esponente e che vede al centro quel sound voce e chitarra a lui molto caro. Nota speciale per gli abiti: arrangiamenti curatissimi e un'ottima produzione.
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