• feb
    18
    2013

Album

Bad Seed Ltd.

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Cinque anni fa Dig, Lazarus, Dig!!! ci esplose nelle orecchie lo scabro vitalismo mutuato dal side project Grinderman, sensazioni positive al netto del retrogusto di mestiere, un giocare col proprio mito che dopo trent’anni di carriera in fondo ci poteva stare. Era un lavoro abbastanza impetuoso quello da farti credere che l’abbandono di Blixa Bargeld fosse una ferita ormai cicatrizzata, coi semi cattivi stretti a pugno come sempre attorno al carismatico Re Inchiostro.

Al qui presente Push The Sky Away toccava un compito forse ancora più arduo, sopperire cioè alla dipartita di Mick Harvey, forse il principale responsabile del suono Bad Seeds fin dalla loro fondazione. Missione sostanzialmente compiuta, seppure in virtù di una strategia ben diversa. Confermato Nick Launay in cabina di regia (in sella ormai dai tempi di Nocturama) e ripescato dalla preistoria il bassista Barry Adamson, non sorprende che Cave abbia eletto a ruolo di alter ego sonico quel Warren Ellis che da anni ormai lo accompagna in ogni progetto. Risultato: il quindicesimo titolo di Nick Cave And The Bad Seeds è un rosario bluesy e cinematico, lo spirito ispido che ruggisce sotto la flemma insidiosa, un fuoco basso d’irrequietezza contenuto da arrangiamenti raccolti, persino suadenti, talora sigillati da interventi elettronici ben metabolizzati nella trama d’archi, chitarre e percussioni.

Ti sorprendi a ripensare agli U2 del sogno americano/eniano in Wide Lovely Eyes (palpitazioni tiepide di tastiera, brusii gospel, chitarra stropicciata), o all’indolenza di un Dave Gahan alle prese con languori Black Heart Procession in Mermaids. Altrove prevalgono il retaggio atmosferico ed il fall out post-rock di stampo Dirty Three (Water’s Edge, We Real Cool), mentre Jubilee Street e Higgs Boson Blues lasciano che il blues avvampi senza che però venga meno una compostezza fascinosa e a dirla tutta un po’ snervante, quella stessa dettata già in apertura dalla pacata inquietudine di We No Who U R.

Verrebbe da inserire questo disco nel novero dei lavori più riflessivi come The Good Son, Murder Ballads o il già citato Nocturama, ma di quelli non possiede il taglio crooneristico, la voglia d’inserirsi nel solco della tradizione canzonettistica maudit. Sembra semmai il Cave sinistro e lucido dissacratore che per calcolo o maturità sceglie l’assedio all’assalto, l’ibridazione stilistica alla sferzata elettrica, un minaccioso distacco all’invettiva torva e lacerante. Riuscendo a dribblare la prevedibilità senza minimamente rinnegarsi. Strategia che rende credibili la proposta ed il suo autore in questi anni Dieci sempre più terreno di conquista per le vecchie, gloriose canaglie del rock.

8 Febbraio 2013
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