• set
    09
    2016

Album

Mute

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C’è un evento accaduto durante la lavorazione di Skeleton Tree che ha polarizzato tutto e segnato inevitabilmente un prima e un dopo, nella percezione di questo album. È qualcosa che non si può eludere neppure volendo. Si schiaccia play e dopo nemmeno cinquanta secondi un verso come «You fell from the sky and crash-landed in a field near the River Adur» inchioda lì, sul posto, senza via di scampo; anche il solo pensiero che potrebbe – e sottolineiamo potrebbe, con il condizionale – riferirsi alla tragedia del figlio Arthur, mette i brividi.

Brividi, brividi e ancora brividi appena ci si accorge che il brano che stiamo ascoltando prende la piega di un de profundis noise. La più sbalorditiva, angosciante, disarmante, quasi insostenibile preghiera («credi in Dio, ma non sta scritto da nessuna parte che avrai una dispensa speciale per questa tua fede»): sul fondo dell’abisso di loop sinistri e stridenti e droni, una specie di rombo subsonico perpetuo e minaccioso, il recitato si incrina verso il canto («with my voice I am calling you») quel poco che basta per dare il fantasma di un refrain che guarda su, in alto, verso il destinatario dell’invocazione – un Dio distante – e ci fa sentire tutta la vertigine, il dislivello tra umano e divino, il dolore. Jesus Alone ci ricorda che siamo di fronte all’autore di The Mercy Seat e di un disco come The Good Son. Se mai avessimo potuto dimenticarcelo.

Il momento più aggressivo e declamatorio che sta tutto nell’incipit di Skeleton Tree introduce in realtà una direzione austera – la stessa anticipata da Push the Sky Awayche porta verso una forma ricercata e raffinatissima di cantautorato ambient(ale). Rings of Saturn, Girl in Amber, Magneto e Anthrocene sono post-rock e post-ballate, scenari per musica e voce dove Cave, con il suo blues-gospel letterario e free form, dissolve gli schemi della canzone in paesaggi sonori ipnotici e raffinatissimi, quasi “madrigaleschi”, per come seguono il flow metrico e le immagini dei testi (Girl in Amber è statica quasi come suggerisce il titolo), anche quando si intrecciano con ritmiche hip-hop e jazz come in Rings of Saturn e Anthrocene. È come se i lieder espressionistici di inizio carriera e il crooning melodico, i blues e le ballate della maturità, si fondessero in un’unica densità musicale e atmosferica.

Un nuovo approdo? Forse, perché Skeleton Tree a questo punto spiazza per il motivo opposto. Arrivano le canzoni, un trittico che non ti aspetti: I Need You, un dream pop claustrofobico che sembra aggrapparsi alla sua melodia come se fosse l’ultimo disperato appiglio per non precipitare, Distant Sky, magnetico duetto tra Cave e una soprano classica, e addirittura una ballata piena come la title-track, di una bellezza gelida e crepuscolare. Tutto da ripensare? Forse. Il documentario One More Time with Feeling che attendiamo con impazienza ci racconterà qualcosa e ci ispirerà probabilmente altre riflessioni che per adesso possiamo solo immaginare. Limitiamoci a dire che un Cave così intenso e con questa qualità non lo sentivamo, anche se con altra forma, dai tempi di No More Shall We Part.

13 settembre 2016
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