Recensioni

Sono da poco passate le 23:00 e il Palalottomatica – una struttura anonima di cui avevo solo sentito parlare male – è una pentola a pressione: sugli anelli la gente è in piedi e balla, e nel parterre… beh il parterre è tutt’uno col palco. Una parte del pubblico “ha fatto invasione di campo” e ha nascosto i Bad Seeds, che continuano ligi e precisissimi a pestare. In mezzo alla marea umana che lo circonda, si erge la sagoma sottile di Nick Cave: l’australiano sembra controllare tutto e tutti, come se fosse un burattinaio con in mano migliaia di fili che gestiscono i movimenti e i destini di una moltitudine di anime.

Messa così, per chi non c’era, capisco possa suonare un po’ eccessiva, eppure con questo tour il cantautore ha davvero azzerato quella distanza frontale tra performer e pubblico, ed anzi ha rovesciato il paradigma per il quale in una azione artistica, soprattutto in ambito musicale, il flusso sia unidirezionale. Nick Cave dà tanto al suo pubblico, e il suo pubblico gli restituisce questo amore in forma quasi commovente: carezze, contatti discreti, abbracci, sfioramenti. C’è qualcosa di erotico e di religioso in tutto ciò. Ecco, per questo tour di Nick Cave and The Bad Seeds il “movente” religioso è stato tirato in ballo a più riprese – sia per la forte tensione biblica che caratterizza da sempre l’ispirazione poetica del Nostro, sia inevitabilmente per la tragedia senza pari che ha colpito la sua famiglia (la morte del figlio) – ma non sfugga anche il lato più propriamente kitsch di questa performance. È tutto davvero sopra le righe, e l’aspetto religioso e barocco è simile a un happening istituito da un predicatore della provincia americana: uno di quei tizi che si credono il Messia, e che effettivamente godono del seguito indiscusso di migliaia di adepti.

Naturalmente, accanto a questo donarsi totalmente e senza remore, c’è anche la musica, imperniata per buona parte sui brani di Skeleton Tree i quali, riarrangiati sapientemente in chiave più “pop”, reggono molto bene la prova del palazzetto. Dopo il tris di Anthrocene, Magneto e Jesus Alone, è con la lunga Higgs Boson Blues che si ha il primo vero assaggio della piega che prenderà la serata, con centinaia di mani che cercano di sfiorare il petto di Cave, quando insieme al suo pubblico egli scandisce il battito del suo cuore. A questo punto, il ritmo conosce una impennata con From Her to Eternity (d’impatto il gioco di luci della scarna scenografia che mette in evidenza le movenze in ombra di Cave e Ellis), Tupelo e Jubilee Street, per poi rallentare improvvisamente con le intense The Ship Song e Into My Arms.

Il gioco di sali-scendi e di vuoti-pieni prosegue con le doppiette Girl in Amber / I Need You e Red Right Hand / The Mercy Seat, mentre il dialogo col pubblico – mani che lo abbrancano, foulard che volano e che Cave usa per asciugarsi, foglietti autografati al volo – prosegue senza sosta. Siamo al termine: dopo Distant Sky (il momento meno riuscito dovuto al duetto virtuale con la soprano danese Els Torp) e Skeleton Tree, il concerto termina ufficialmente, ma non c’è tempo di chiedere il bis che Nick Cave è già in mezzo al suo pubblico. Letteralmente. Lo fende senza bisogno di bodyguard per issarsi sull’impalcatura di una telecamera, e da lì comincia a dirigere il battito di mani che introduce The Weeping Song, una delle canzoni simbolo della sua lunga carriera. Ed è al termine di questo brano che avviene l’invasione del palco per le esecuzioni finali della rabbiosa murder ballad Stagger Lee e della intima Push The Sky Away, con l’ennesimo scambio di carezze e abbracci con un fan.

Inevitabilmente, in uno show così totalizzante portato avanti da uno dei più carismatici musicisti del rock contemporaneo, a rimanere in ombra sono i fidi Bad Seeds, chiamati ad assecondare in tutto il loro “datore di lavoro”. Certo, Warren Ellis – il blood brother che sta caratterizzando questo corso della carriera di Cave – ha più spazio per le sue peregrinazioni sonore tra corde e tasti, ma si ha come l’impressione che tutto il baraccone sia retto musicalmente da Martyn Casey, Thomas Wydler e Jim Sclavunos, Bad Seeds storici nonché sezione ritmica da paura. Al termine si esce dal Palalottomatica storditi da uno show così totalizzante. E nella notte romana, sugli stradoni bagnati dell’Eur, le riflessioni si accavallano: il re è nato a Tupelo, per poi morire e risorgere nei panni di un imbonitore un po’ messia ed un po’ attore di telenovelas. Di certo, un’esperienza di una intensità raramente sfiorata da altri performer.

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