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9.0

Mancano cinque fogli. O foglie? O cartine? Pensateci: Nick Drake ha solo vent’anni quando incide il suo album d’esordio. Quando uscirà, ne avrà compiuti ventuno da pochi giorni. È un ragazzo complicato: lungagnone, tendenzialmente introverso malgrado il fisico atletico e l’indubbia bellezza che, a quanto dicono, fa sospirare non poche fanciulle. Lui, però, concentra tutta la sua attenzione, tutta la sua sensibilità, su altro. Sulla musica. Un’attitudine che non gli fu trasmessa dal padre ingegnere ma da Molly, poetessa e musicista che accantonò i progetti artistici e si volle moglie e madre (di Gabrielle e Nick). In un certo senso, Molly fu per il figlio minore la matrice tanto del talento quanto della profonda frustrazione per l’impossibilità di farne il centro della propria esistenza. Un tema, questo, che per Nick diverrà cruciale. E, forse, fatale.

Nick, dicevamo: era comunque un figlio dei Sixties. Credeva nel potere della musica, con la sua fuga rapsodica verso prospettive inattese e la capacità di rendere la vita un laboratorio di esperienze, oltre le convenzioni e le costrizioni, verso la libertà. Ma in Nick, per Nick, ogni bagliore era anche un’ombra, ogni innesco conteneva l’essenza del suo stesso disinnesco. Prendete quel titolo, Five Leaves Left: era la scritta sulla cartina Rizla che annunciava la prossima fine. Del pacchetto, certo. Una forma di cortesia per il “cliente”. Ovvero: mancano cinque cartine/foglie. Le foglie cadono, le cartine diventano fumo, tutto finisce in uno svolazzare glorioso ed effimero. In quel messaggio così banale c’è della familiarità (pare che Nick fosse un gran fumatore), anche se, come dire, una sensibilità come la sua non poteva non leggerci un monito: Five Leaves Left. Col tempo – cinque anni, appunto – sarebbe diventato un macabro vaticinio.

Detto questo, non ci si può sbilanciare troppo su chi fosse e cosa sentisse Nick Drake. Rispetto al poco che le testimonianze ci dicono, le sue canzoni – solo 31 contenute nei tre album ufficiali, 66 considerando demo e provini pubblicati postumi – rappresentano la sua migliore biografia, la chiave per accedere con accettabile prossimità alla persona che era. Nato a Yangon, in Birmania (dove il padre in quel periodo lavorava), il 19 giugno del ’48, formatosi sul pianoforte, abile anche con sax e clarinetto, sviluppò sulla chitarra uno stile molto personale, messo a punto con dedizione tenace, ai limiti del maniacale. Traferitosi con la famiglia a Tanworth-in-Arden, nel Warwickshire, studiò a Cambridge, dove sviluppò una particolare inclinazione per autori classici come Shelley e Baudelaire, anche se per i suoi futuri testi la principale fonte d’ispirazione va forse individuata in William Blake. Mentre Gabrielle avviava una carriera di attrice che l’avrebbe portata a recitare con Peter Sellers e Roger Moore, nonché in serie di culto come Agente Speciale e UFO (era lei la conturbante Gay Ellis, minigonna da infarto e volto delizioso sotto il mitologico caschetto viola), Nick tesseva in disparte le trame delle sue canzoni. Canzoni che, al momento in cui furono mature per uscire allo scoperto, faticarono a trovare un pubblico, anche perché il loro autore non sembrava caratterialmente in grado di trovarlo.

In ogni caso, finì che Ashley Hutchings – bassista dei già quotati Fairport Convention – lo notò durante un concerto di cui Nick era tra gli opener: ne rimase colpito al punto da indicarlo immediatamente al suo mentore e produttore Joe Boyd, il quale a sua volta trasecolò ascoltando i provini di quello sconosciuto ragazzone. Il resto, come si dice, è Storia, anche se Nick non rimase inerte a lasciare che si scrivesse da sola. Tutt’altro: se lasciò che Boyd lo guidasse – accettando di buon grado di prendere come modello l’esordio omonimo di Leonard Cohen (che peraltro Drake non conosceva) –  mise sul piatto tuttavia una strana caparbietà, assieme a un misto di lucidità e ostinazione autarchica (non priva forse di una certa cocciutaggine – come dire – adolescenziale), dichiarandosi insoddisfatto degli arrangiamenti di Richard Hewson – proposto da Boyd – e suggerendo di reclutare al suo posto l’ex-compagno di college Robert Kirby. Joe Boyd era già un produttore piuttosto rinomato, con alle spalle lavori per Fairport, Pink Floyd, Eric Clapton e The Incredible String Band, tuttavia non rigettò la proposta di Drake. Pur spaventato dall’evidente mancanza di esperienza di Kirby, decise di metterlo alla prova. Ebbe cioè il merito di capire cosa occorreva davvero a Nick, alle sue canzoni: una dimensione protetta, intima, persino confidente. Come se quello che c’era in gioco – di qualunque cosa si trattasse – fosse troppo vulnerabile per lasciarlo in pasto alla macchina del professionismo. 

Fin dalla prima traccia di Five Leaves Left, a colpirci è una forte contraddizione espressiva: da una parte il senso di quiete e controllo, dall’altra una profonda irrequietezza. L’arpeggio di Drake è accorto, preciso e duttile, sembra zampettare su un prato umidiccio, scortato dal basso sornione di Danny Thompson (dei Pentangle), dal piano elegante e puntuale di Paul Harris e dai fraseggi tiepidi del chitarrista Richard Thompson (la star dei Fairport), quest’ultimo “obbligato” da Boyd a partecipare per onor di scuderia e tutt’altro che felice di contribuire all’opera di un suo potenziale rivale (anni dopo tuttavia non mancherà di prestargli omaggio). Time Has Told Me è solo una canzone, ma significa già capolavoro: la voce di Nick si spalma sulle strofe con una grazia strana, un’inquietudine implicita, ricoperta da strati di impalpabile ironia e distacco spiegazzato, quasi fosse accucciata al centro di una sofferenza che ha saputo domare ma da cui si aspetta in ogni istante il colpo di coda. E quelle parole: come sostiene Stefano Pistolini nel suo ottimo Le provenienze dell’amore (Elliot edizioni), Nick sembrava scrivere «non su un sentimento ma dal suo interno». E da questa “interiorità” pare volersi difendere nel momento stesso in cui la rende viva, ricorrendo a una strategia di elusione che è della melodia, del suono e del testo: «Time has told me / You came with the dawn / A soul with no footprint / A rose with no thorn». A chi si riferisce? Chi o cosa è quell’anima che non lascia impronte? Lui stesso? La sua musica?

In tal senso è sicuramente più esplicita un’altra gemma come Day Is Done, dove Kirby architetta un arrangiamento per archi assieme mosso e crepuscolare, in mezzo al quale l’arpeggio di Nick possiede una tenacia grave, spietata, come il canto che alla grana polverosa – con quella specie di dissolvenza esausta al termine di ogni verso – aggiunge un’inclinazione sbrigativa, quasi sprezzante, a compensare il “pessimismo cosmico” degno di un Leopardi: «When the night is cold / Some get by but some get old / Just to show life’s not made of gold / When the night is cold». Succede il contrario in Way To Blue, dove il massimalismo malinconico degli archi (niente chitarra) è la tela su cui Drake pennella una melodia che alterna l’apprensione delle strofe alla dolcezza risentita del ritornello, quasi un’esortazione (rivolta a se stesso?) a lasciarsi alle spalle il senso di impotenza rispetto a ciò che la sensibilità può cogliere ed esprimere: «Have you seen the land living by the breeze? / Can you understand a light among the trees? / Tell me all that you may know / Show me what you have to show / Tell us all today if you know the way to blue?».

Questo avvitarsi in una negatività senza (quasi) vie d’uscita non è però la cifra dominante, o comunque non è certo l’unica. C’è un tratto di disimpegno che rende tutto, se vogliamo, ancora più terribile: il senso di Nick per l’abbandono, per una leggerezza espressiva che sembra all’improvviso capace di guardarsi da fuori (ma che affonda le radici, appunto, dentro), dando vita a uno stupore già nostalgico della sua impossibilità, già arreso al suo consumarsi. The Thoughts of Mary Jane – col suo arpeggio assertivo e allo stesso tempo sfuggente, il flauto e l’orchestra dalla densità cremosa, l’eccedere cinematico di una fiaba pastorale – racconta dell’attitudine a “viaggiare con la fantasia” che è di quei giorni e universale, condizione indotta e inclinazione innata: facile stabilire la connessione tra la fantomatica Mary Jane e i joint di cui Nick – ragazzo dei Sessanta – faceva ovviamente uso, ma non c’è ombra di allusione, nessun ammiccamento, tutto sembra accadere in una dimensione sottratta alle contingenze, quasi che stesse rivolgendosi a una categoria, a un’idea, a una condizione di estraneità connaturata al vivere stesso («Who can know / What happens in her mind / Did she come from a strange world / And leave her mind behind»).

Le famose accordature aperte di Nick, così peculiari, difficilmente imitabili, sono decisive per trasmettere questo senso di sconnessione: non a caso – anzi – queste elaborate accordature sarebbero state tra le cause del fallimento dei suoi concerti, perché rendevano troppo lunghe le pause tra un pezzo e l’altro. Erano però necessarie per trasportare la canzone da qualche parte tra le campagne caliginose del West Midlands e l’assorta mollezza di un litorale carioca (la stagione del tropicalismo toccava l’apice giusto l’anno precedente), donando alla dimensione drakeiana un esotismo inafferrabile, in ragione di ciò estremamente suggestivo anche se non esattamente facile da riprodurre. Un esotismo ibrido, dalle inclinazioni cameristiche, che nei momenti più cupi sfiora il romanticismo barocco: si prenda ‘Cello Song, dove l’arpeggio serrato e le congas fronteggiano il commentario grave del violoncello, e in mezzo la voce di Nick avvolta nella sua flemma quasi – quasi – imperturbabile («So forget this cruel world / Where I belong / I’ll just sit and wait / And sing my song»). Ma anche un esotismo – come dire – sbalzato, elusivo, che in River Man tocca lo zenit: l’accompagnamento di chitarra è misurato, trattenuto, così come il contrabbasso di Danny Thompson, mentre gli archi sono una specie di sogno hollywoodiano avariato (arrangiati dall’esperto – già un lungo curriculum per la BBC – Harry Robertson, perché Kirby trovò il pezzo al di sopra delle proprie possibilità). Da parte sua, il canto è un sussurro sul punto di farsi invocazione, quasi che esalasse dalla scena stessa in cui si svolge l’enigmatica vicenda di Betty, la sua febbre di conoscenza ed esperienza, di mistero, di vita: «Going to see the river man / Going to tell him all I can / About the ban / On feeling free».

Qui la connessione tra i giorni (residui) dei rivoluzionari 60s e la riluttanza esistenziale di Drake si rivela in tutta la sua tesa conflittualità. La libertà è un traguardo ambiguo sullo sfondo oscuro, come anche nella successiva e ancora più infarcita di simbolismi Three Hours: «Three hours from London / Jacomo’s free / Taking his woes / Down to the sea / In search of a lifetime / To tell when he’s home». Nell’immaginario di Drake il vicino e il lontano sembrano una trama sola, e il risultato è una strisciante irraggiungibilità, il cul de sac della contraddizione, l’accartocciarsi leopardiano delle illusioni. Abbiamo già accennato al grande poeta di Recanati, del resto è difficile tenere a freno i retaggi scolastici quando in Saturday Sun – valzer alticcio tra letto sfatto e paradiso, benedetto dal vibrafono di Tristan Fry – la voce affabile ed esausta di Mister Rassegnazione canta: «And Saturday’s sun has turned to Sunday’s rain» (laddove l’immenso Leopardi ne Il sabato del villaggio: «Questo di sette è il più gradito giorno / Pien di speme e di gioia: / Diman tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato / Ciascuno in suo pensier farà ritorno»).

Il bello è che Nick sembra giocare con questa consapevolezza, puoi sentirla permearne la voce intrecciata a un filo d’ironia sottile e amarissima, come in Man In A Shed, pezzo dislocato in territori quasi rag dal piano saltellante di Harris: nessun dubbio su chi sia il protagonista della storia («But the man is me») e cosa pensi di lui (di sé) il buon Nick: «So when he called her / His shed to mend / She said I’m sorry you’ll just have to find a friend». Questa voglia di alleggerire la portata è assente in quello che è il pezzo più raggelante in scaletta, Fruit Tree, nel quale riecheggia il senso di profezia che – lo vogliamo o meno – informa tutto il disco: questo ci dicono l’arpeggio serrato, gli archi e i legni conditi da un’angoscia scivolosa, la melodia che sentenzia con dolcezza spietata riguardo alle prospettive di successo e alla natura stessa del successo. Versi come «Fame is but a fruit tree / So very unsound / It can never flourish / Till its stalk is in the ground» e ancor più «Seems so easy / Just to let it go on by / Till you stop and wonder / Why you never wondered why», raccontano quel tunnel senza uscita che il Nick ventenne stava imboccando e quanto di questo avesse coscienza.

Una coscienza che lascia, a mezzo secolo di distanza, senza fiato. Anche per come chiude tutti i cerchi in questo esordio che è già definitivo, vero e proprio varco verso una dimensione espressiva pienamente compiuta, a cui comunque Nick farà seguire altri due lavori meravigliosi: più curato Bryter Layter (1970), inappellabilmente spoglio (come può esserlo una scultura a cui è stato tolta la materia in eccesso) Pink Moon (1972). Tre bellissimi dischi che venderanno pochissimo, penalizzati in gran parte dall’assenza del loro autore sui palchi in un’epoca che – Beatles a parte – vedeva l’esibizione dal vivo come momento cruciale dell’attività promozionale. A onor del vero, può darsi che apparissero leggermente fuori moda in anni che vedevano il folk rock elettrificarsi per convogliare in territori glam da un lato e prog dall’altro. Sia come sia, il tempo – con i suoi tempi – ci ha raccontato la loro bellezza, la loro imperturbabile – per quanto perturbata – classicità. 

Nel corso degli anni ho letto centinaia di volte il nome di Nick Drake in articoli, interviste, recensioni, citato spesso a sproposito quale fonte di ispirazione per cantautori più o meno meritevoli. All’epoca del cosiddetto NAM (New Acoustic Movement), nei primi anni Zero, il suo nome rappresentava una sorta di parola chiave, lo stemma che certificava l’appartenenza a un sentire assieme raffinato e problematico. Eppure, malgrado questa “normalizzazione”, quella di Drake è ancora una presenza anomala: il suo linguaggio non è semplice, anche se possiede una morbidezza intrinseca che lo rende senz’altro abbordabile (adatto anche per spot di grandi case automobilistiche, come abbiamo visto). Ma appena ti ritrovi al cospetto di quelle melodie, di quelle trame armoniche, di quei timbri affabili, scopri la grana di una voce senza pace sotto l’apparente compostezza, scopri parole pronte a sfaldarsi per mostrarti la dolce fermezza della loro oscurità, scopri una presenza – già – che non trova pace. Nella grandezza così artisticamente compiuta eppure interrotta di Nick Drake c’è qualcosa di spettrale, una vita che continua a vivere attraverso una “seconda grazia”, forse proprio quella che invocherà in Fly. E che, per quanto mi riguarda, non smetterò mai di concedergli.

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