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Se è vero (come è vero, ahinoi) che gli Air hanno ormai esaurito la propulsione dei primi lavori – quello scavare suggestioni sintetiche nel ventre dell’analogico, cavalcando la meraviglia di sonorità ancora intente ad inventare dimensioni – non possiamo che applaudire l’avventura solista di Nicolas Godin, quello con la chitarra, per intenderci. Promette bene la sua confessione riguardo al curioso motivo che lo ha spinto a questo esordio: il desiderio di rendere omaggio a Johann Sebastian Bach. Una voglia di classicità come sublimazione del sentirsi inadeguato, malgrado lo status di star internazionale, rispetto a tali giganti della musica colta classica e contemporanea.
È appunto in questa tensione di confronto, umile sì ma giocosa, che si consumano le otto tracce in programma, tutte basate su composizioni di Bach riformattate in chiave pop/jazz/latin, di fatto trasfigurate in qualcos’altro, la componente originale ridotta quasi a particelle omeopatiche. Pezzi sospesi tra il volersi gettare oltre l’ostacolo e la variazione sui temi noti, un po’ come se la calligrafia Air si fosse spostata dal salotto stiloso allo studio di casa: più meditazione e meno suggestione insomma, fermo restando che il french touch resta l’accordo dominante, anche quando oscilla dalle parti di certo prog addomesticato (con Bach era inevitabile andarci un po’ a sbattere).
Ecco quindi questa scaletta, che ondeggia tra il pre(ten)zioso e il blasé, pur sempre ammiccante, ma sintonizzata su una frequenza più altera, rappresa in un’alchimia pensosa, più da collezionista che da nostalgico. Un ventaglio espressivo che va dal jazz con prospettive cosmiche di Club Nine (tipo una Take Five spedita in orbita) alle sincopi etno-wave di Bach Off (un Peter Gabriel in fregola Mondo Cane), passando dal prog krauto di Widerstehe Doch Der Sünde alla bossa rugiadosa di Clara (canta Marcelo Camelo). Giusto in mezzo, una Glenn che omaggia Glenn Gould – altra dichiarata fonte di ispirazione – con un capriccio orchestrale quasi Street Hassle, e una Quei due che snocciola un reading femminile su sfondi cinematici da Morricone noir in ammollo nel Biancosarti (testo di Alessandro Baricco).
In definitiva, Godin ha saputo recuperare abbrivio complicando le cose con stile, azzeccando un buon equilibrio tra il fascino più scontato e le trame più articolate. Ci ha provato con ingegno e una certa grazia, col talento e i mezzi che sappiamo essere a sua disposizione. Non è un capolavoro, ma è un buon disco che riuscirà a farsi apprezzare nel tempo. Si merita uno chapeau.
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