Recensioni

7.8

Mettiamolo subito in chiaro: Cenizas, ultima fatica di Nicolas Jaar rilasciata a nome proprio – giusto un mese fa il cileno ritornava all’attacco con l’alias A.A.L. – non è un album facile né immediato. Già in Sirens e soprattutto in Pomegranates era in corso quel processo di allontanamento dagli schemi houseggianti degli esordi (e a dirla tutta, anche l’album di debutto sondava strade secondarie, pur trainato da episodi accattivanti e di facile digestione); ma è solo adesso che il percorso iniziato più di 10 anni fa raggiunge il suo apice. Laddove molti aggiungono, Jaar toglie. Mette a nudo sé stesso spogliando il suo suono.

Cenizas è il frutto di un periodo di isolamento e detox, realizzato (ironia della sorte) durante una quarantena autoimposta in qualche luogo imprecisato dall’altra parte del mondo. Un album nato nel tentativo di esorcizzare umori negativi, figlio dell’impossibilità per il suo autore di comporre musica “leggera” e positiva: «The more I tried to get away from negativity, the more it kept piling up in a dark room, but as shards of sound». E allora ecco che il cileno ci regala le “ceneri” (Cenizas in spagnolo) del suo travaglio.

C’è sofferenza in quest’album. Ogni nota, ogni suono concreto, elettronico, ogni effetto, ogni strumento suonato; tutto trasuda un percorso interiore non facile, come non è facile l’ascolto del risultato di questo viaggio introspettivo. Jaar cita John Coltrane come una delle maggiori influenze dietro questo lavoro. Se il parallelo tra i due non trova riscontro sul piano formale, è però sostenuto dall’ampiezza di visione che precede la messa in musica. E come il Coltrane più virtuoso e spirituale, così Jaar assembla un album che sa di catarsi e aspira alla trascendenza emotiva. Basta leggere i nomi dei brani per farsi un’idea dello stato mentale in cui il Nostro si muove e ci invita: ci sono svanimenti (Vanish), ceneri (la title track), vuoti (Vacíar), separazioni (Sunder), macerie (Rubble). «Hopefully Cenizas only shows darkness so as to show a path out of it. I want this music to heal and help in thinking through difficult questions about one’s self, and one’s relationship to the state of things».

Se Cenizas è il diario sonoro di un percorso personale, sorta di autoterapia (ma in fondo non lo sono tutti i più grandi album?), lo è anche dal punto di vista dell’orizzonte concettuale del cileno. Dal profano al sacro, dal club alla chiesa. Non (necessariamente) la chiesa come fede, ma chiesa come costruzione architettonica e mentale, spazio sacro votato al rito, alla riflessione e all’abbandono fideistico in qualcosa di più grande e incommensurabile delle nostre misere vite umane. In questo caso quel qualcosa è il potere liberatorio della musica. Bastano i primi, ipnotici, secondi di Vanish per entrare nel mood: apertura con organo che ci catapulta senza mezze misure in una dimensione sacrale e ritualistica, un ambient-drone impreziosita dalla voce di Nico. Voce che non è presente in ogni traccia, ma che quando compare si fa ingombrantissima, ci avvolge e diventa un centro di gravità nello spazio cosmico a densità zero del corollario strumentale di turno. Si veda il cantautorato spettrale della title track, requiem per l’uomo e il mondo contemporaneo («e ogni giorno il nostro mondo si restringe o si sgretola», «e poiché non risponde il senso comune, non posso utilizzare il suo linguaggio»). O la solennità di Mud, processione psichedelica al rallentatore guidata dallo sciamano Jaar che si fa portavoce del dolore individuale come metafora per la sofferenza collettiva. O ancora, lo spoken word sussurrato su melodia loopata e macchie di rumori e fruscii digitali in Sunder.

Cenizas è lento. È immersivo. È buio. È un grido sommesso. È un rituale purificatorio. È un album solenne e ieratico, una cattedrale fatta di antimateria per un viaggio sola andata nei recessi della propria memoria, con tanto di espiazione finale affidata ad un inatteso quanto salvifico climax a tinte drum’n’bass. Ovunque nell’album aleggia un’aura haunting, senza però rientrare nell’ortodossia hauntologica canonizzata nello scorso decennio. Penso al tris di musica ambient, concrète e sacra di Menysid, che scava una fossa di isolamento psicofisico al di sotto dello strato del suono, un inno alla malinconia sorretto da uno scarno loop melodico che sembra rubato a Basinski. Altrove le atmosfere spettrali e quasi noir sono affidate a trombe sottovuoto e viraggi jazz onirici a la Jon Hassell, come in Agosto, Vacíar e Rubble. Le stesse atmosfere vengono evocate in maniera differente con soluzioni che da un lato si affacciano sul fronte modern classical, dall’altro aprono squarci esotici, sempre all’insegna della ricerca del tempo perduto. Gocce e Xerox sono emblematiche: la prima con i suoi sentori di mediterraneo lontano, un mediterraneo idilliaco che ormai esiste solo nei nostri ricordi e nelle nostre fantasie, arricchita da sferzate jazzistiche per non adagiarsi troppo sul cliché della neo-classica; la seconda, con umori tra l’Oriente e il Nordafrica, ma sempre filtrati dall’azione della memoria (leggasi manipolazioni elettroniche e voce riverberata) che conferiscono una sensazione di lontananza e miraggio. Il lato più marcatamente modern classical viene a galla con il piano mesto e delicato che traina Garden, mentre Hello, Chain è l’esperienza del sacro e della trascendenza fattasi musica. 5 minuti e 26 secondi da ascoltare tutti d’un fiato provando a trattenere le lacrime per un brano che suona come l’ideale colonna sonora per i fotogrammi ad alto tasso di pathos nel film immaginario della nostra vita. Infine, la traccia con sezione ritmica più marcata, Faith made of silk, è lasciata per ultima, quasi a volerci dare una mano a riemergere in superficie dopo l’immersione in apnea dei precedenti 48 minuti. Si interrompe bruscamente, e ciò che resta sono 65 interminabili, assordanti, secondi di silenzio. Ceneri sulle ceneri.

È così che suona Cenizas. Spirituale e ritualistico. Per comprenderlo non dobbiamo approcciarlo cercando di incasellarlo in qualche genere o formula (immagino i vari “è ambient? È elettronica? Sì ma i pezzi che spingono? Eh ma non c’è manco un ritornello, un singolone”, e via dicendo). A voler trovare un parente più prossimo nella discografia del cileno, dobbiamo tornare a quel Pomegranates di cui non si è mai parlato abbastanza come tassello fondamentale della sua evoluzione stilistica, tra riferimenti ambientali, concreti, e da colonna sonora, appunto. Prevedendo la critica cui Cenizas si presta più facilmente, e cioè che non è un album che suona (o ci parla del) 2020, obietto dicendo che è un album che non vuole essere del 2020. A fronte di opere saldamente radicate nell’hic et nunc, ci troviamo invece davanti un album senza tempo. Un album che potrebbe essere uscito negli anni ’70 come nel 2000. Perché certe sensazioni e certe missioni – di questo in fondo si tratta, di una missione intrapresa da Jaar – non sono vincolate a mode e dominanti culturali contingenti, ma attraversano la storia delle arti riaffiorando nei momenti più delicati, come questo.

Quella di Jaar è una danza sommessa in punta di piedi sulle ceneri di sé e del mondo, un valzer dove personale e collettivo si con-fondono. Musica per drammi silenziosi consumati, rievocati, e sublimati in quell’unico spazio che neanche la quarantena può tenere sotto controllo: la propria mente.

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