Recensioni

E poi succede che certi dischi ti catturano dal nulla. Come quando sei intento in altre faccende e le tue energie si raccolgono tutte intorno all’orecchio, conturbante organo estetico. Ti fai prendere da melodie, che sembrano alchimie automatiche o processi di vivificazione naturale o anche semplicemente da alcune parole incastonate in una lirica. Succede che certi suoni che non ti aspetti entrano in un disco di un cantautore siciliano, che di nome fa Nicolò Carnesi. L’ultimo di una serie di Ep s’intitola Ho poca fantasia e sparge le giuste aspettative sul primo vero album.
Chi poteva scommettere di sentirsi a metà strada fra Brooklyn e Catania, fra i Drums e Battiato, ascoltando questo disco? Intelaiare un così ampio spettro di suoni è un’operazione degna dei più maturi cantautori. Carnesi si fa scherno delle incomprensioni di questo mondo, punta il fucile prima contro se stesso, poi contro i piani inclinati dei nostri giorni. Come dire, bisogna affondare su questa terra prima di poterla comprendere e criticare. “Pietrificare le cose” è come temere l’inevitabile dissoluzione del tempo, fuggendo dal “sistema” (“solare, balneare, sociale, creativo, reattivo, normale”, ecc…). E quando si parla d’amore, tutto un po’ stride, come i denti che digrignano, come “l’uomo dei sogni che arriva da Marte”. Un cinismo caldo, si potrebbe quasi dire, che sfiora l’umorismo di Dente per raggiungere le atmosfere del conterraneo Colapesce.
“Tutti poeti, tutti scrittori, tutti profeti e tutti bohemien”: sintesi migliore di questa non c’è, in attesa che un long playing confermi le ottime premesse.
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