Recensioni

6.7

Situate nel Mar Glaciale Artico, le isole Svalbard compongono un arcipelago costantemente ricoperto da ghiaccio e neve. È qui che il governo norvegese ha deciso di installare la banca di semi più grande al mondo, ed è sempre qui che Niklas Paschburg ha deciso di lavorare al suo secondo album, Svalbard appunto, che come l’esordio Oceanic sfrutta le sue tracce per trasportarci in un luogo preciso. In questo lavoro infatti le composizioni di Paschburg suggeriscono un paesaggio puro, a tratti desolato e a tratti ricco, da osservare a volte con curiosità e altre quasi con timore. Se c’è una cosa che il giovane musicista riesce a fare egregiamente è il tradurre il luogo in musica, e in questo senso Svalbard è una raccolta di scorci che funziona, e funziona bene.

Il disco però ha anche dell’altro: come le Svalbard nascondono una vera e propria Arca di Noè per la vita vegetale, Paschburg nasconde sporcature e influenze di vario genere all’interno della scaletta, e così dai Moderat di Cyan si passa al Tycho di Bathing in Blue, dalla serenata in salsa trance che è Little Orc ci si sposta al tripudio di glitter sul finale di Husky Train e, sorprendentemente, a una spruzzata di industrial in Arctic Teal. In tutti i brani si sente la mano di Paschburg, che conferma di essere un compositore solido ed esperto, ma sono proprio queste virate di stile a rendere Svalbard un lavoro interessante, tanto che forse si potrebbe pensare ce ne siano troppo poche: i brani più classici, infatti, soffrono un po’ il paragone con quelli più elaborati, e se If e Winter Born aprono e chiudono rispettivamente il disco discretamente, il blocco centrale composto dalle tracce Season Shift, Opera e Duvet risulta alla lunga monotematico e un pelo sottotono, con qualche elemento di brillantezza qua e là (i beat sul finale di Season Shift, l’apertura di Opera), ma senza l’appeal dei brani citati in precedenza.

In definitiva, il disco è un ascolto piacevole, capace di trasportare in un paesaggio affascinante e remoto, quasi proibito. Paschburg confeziona un buon lavoro che non soffre di particolari sbavature, quanto più di una monotematicità che lo stesso artista ha dimostrato di saper combattere. Per il suo terzo lavoro speriamo sprema ancora di più quelle influenze che, come i semi delle Svalbard, sono linfa in un mare di ghiaccio.

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