• Dic
    23
    2016

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Self Released

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«New music coming in 2016. other stuff, too». Era questo l’ermetico e al tempo stesso chiaro messaggio che il vate Trent Reznor lanciò dal suo profilo Twitter un anno fa. Dodici mesi di spasmodica attesa, solcati solamente dalla realizzazione (in tandem con il fido e immancabile Atticus Ross) della colonna sonora di Before the Flood, documentario-verità a cura di Leonardo di Caprio; poi, nella “zona-Cesarini”di questo 2016, quando i fan parevano rassegnati circa la possibilità d’intravedere uno scampolo di “n” rovesciata entro la fine dell’anno, ecco che arriva Not the Actual Events, piccolo ma significativo tassello che presagisce un futuro prossimo tutt’altro che scontato per i Nine Inch Nails.

L’EP, che si snoda in cinque tracce tonde tonde, oltre ad essere un ritorno in grande stile, segna qualche novità all’interno del progetto muta-forme che ha come costante unica e inossidabile il buon Reznor: Atticus Ross è da questa release un membro ufficiale dei Nine Inch Nails, per quanto possa suonare strano, vedendolo a fianco di Trent Reznor da ormai dieci anni e più, nelle solite note colonne sonore o in progetti paralleli come quello degli How to Destroy Angels. È opportuno notare come l’apporto su più fronti dato dal britannico al sound di Reznor sia sempre stato una sorta di ventata d’aria fresca, e in Not the Actual Events pare esserci molto del suo tocco, per quanto ancora si faccia fatica a capire dove finisca il lavoro di uno e dove inizi quello dell’altro.

Tutto sommato, l’EP si slega, ma non con violenza, dai beat ipnotici e paranoidi di Hesitation Marks, anno del signore 2013, mentre ci riporta con i suoni e il mood al 2007, rappresentando in questa sede una prosecuzione abbastanza logica degli spasmi digitali di Year Zero e dei remixes, figli e figliastri di quel magnifico e “leggermente” megalomaniaco progetto che Reznor riuscì ad orchestrare con grande sapienza, tra realtà virtuali, giochi di ruolo, siti farlocchi e l’incubo imbevuto nell’acido di un’apocalisse digitale imminente. Qui il contorno è decisamente più scarno, e Not the Actual Events si presenta alle nostre orecchie con un tono sommesso, a tratti subliminale e deliziosamente inquietante; il fattore principale che accomuna la recente uscita a Year Zero è un clima generale di rassegnazione, mutata talvolta in rabbia belluina, e che pare attivarsi in Reznor quando la situazione politica si fa “scomoda”, e la sua ragione sociale si trasforma in qualcosa che assomiglia molto ad una reazione industrial-militare che rende il Nostro una sorta di dissidente della patria. L’apertura-lampo di Branches/Bones è sufficientemente eloquente e ci dice molto a riguardo, ripercorrendo se vogliamo il mood paramilitare e rigoroso di alcune cose tratte da The Slip (2009).

Per quanto sia un’ipotesi tutt’altro che da buttare, non voglio credere che l’elezione di Trump abbia conferito a Not the Actual Events il tono e il portamento che ne caratterizzano la grana sonora, una cifra stilistica che è facilmente accomunabile ad un altro capitolo ferino della storia dei NIN, quel Broken che nel lontano ’92 fece crollare tutti i ponti tra manipolazione elettronica del suono e un certo modo di concepire le sonorità “estreme” dell’epoca e del futuro prossimo. Uno spettro abbastanza percepibile di queste coordinate sonore aleggia tra i solchi possenti e le voci sussurrate di The Idea of You, brano che ricongiunge Reznor al concetto atavico di industrial metal tout-court, ma soprattutto lo riporta ad un’intensità interpretativa che si era lentamente lasciato alle spalle, cambiando pelle, come si addice a un rettile; qui ritroviamo l’uomo-solo-contro-il-sistema di The Downward Spiral, ma anche l’aggressività analogica di With Teeth, andando a scavare un po’ meno a ritroso nella linea discografica dei Nine Inch Nails.

Già dalla preview di Burning Bright (Field on Fire), con i suoi droni in bassa fedeltà e migliaia di stratificazioni sulle tracce vocali, era però facile intuire che la premiata ditta Reznor-Ross avesse deciso di propinarci un cadeau natalizio spigoloso e avverso per indole, ma non privo di quella ritrovata aura di inquietudine e ammaliante decadenza che per anni ha caratterizzato il sound dei Nine Inch Nails, presente anche nei tribalismi cadenzati e marziali di She’s Gone Away. Tra la muscolarità e l’urgenza di queste tracce, serpeggia il beat fluido e technuso di Dear World, traccia a detta di Reznor illuminata da periodi d’ascolto e terapie a base di Plastikman e altre Hawtiniate d’antologia. Il brano porta con sé un monito, che è seppellito e occluso dai beat digitali all’inizio della traccia, e si ripete in maniera più nitida alla fine di essa: le parole «Yes, everyone seems to be asleep» scandite con freddezza dalla voce di Reznor computerizzata e spersonalizzata – sarebbe un’ottima tagline per un’eventuale terza stagione di Black Mirror, il cui immaginario tutto sommato si sposa bene e fa tono con le atmosfere e l’immaginario dei Nine Inch Nails.

«It’s an unfriendly, fairly impenetrable record that we needed to make», dice Reznor nelle note di presentazione. È quel «we needed to make» che rafforza le mie convinzioni sulla teoria-Trump, ma a scanso di equivoci e complottismi, è una constatazione che conferma il tono d’urgenza e la necessità di chiudere un discorso in meno di mezz’ora, e di dire tutto in quel lasso di tempo. Fatto sta che l’EP non è nient’altro che un succulento antipasto, e che questo discorso e questa nuova veste per i Nine Inch Nails si completeranno in altre uscite previste per il 2017, come dichiarato da Reznor in una recente intervista rilasciata al celebre dj britannico della BBC, Zane Lowe. Aspettiamoci l’inaspettato, e intanto godiamoci questo delizioso EP, che pare aver riportato Reznor nelle acque torbide della paranoia, tratteggiata da fobie 2.0 da social network e da una ritrovata energia che non può fare che bene. D’altronde il Nostro è una belva che si nutre di paranoie e disagio, e dà il meglio di sé quando lo fa, quindi speriamo che il mondo che ci circonda possa continuare a fare schifo: almeno ci rimarranno degli ottimi Nine Inch Nails con cui consolarci.

24 Dicembre 2016
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