Recensioni

8.7

“I ragazzi sono curiosi di noi, ci chiedono di Rebirth, ma non sanno cosa c’è di sporco in quel programma, di BASTARDO DENTRO”, diceva Cristina dei Krisma tempo fa dopo un concerto.

Reznor invece lo sapeva sicuramente, cresciuto com’era in un contesto nel quale i losers anni ’90 avevano preso da un decennio di metal il gusto per apocalisse, atrocità e violenza, nonché attento allievo di Ministry e Skinny Puppy sui lati oscuri dell’elettronica e conscio della svolta industrial presa da una buona corrente del suo amato gothic rock (amore che lo porterà alla cover di Dead Souls per la colonna sonora de Il Corvo e alle collaborazioni con Peter Murphy). D’altronde nel ’91 NirvanaRed Hot Chili Peppers avevano ribadito in classifica, per chi non lo sapesse, che il rock esisteva ed era rumoroso, violento e meticcio (e dunque punk e metal potevano abbandonare parecchie diffidenze reciproche), aprendo la strada per MTV a Vitalogy, agli Alice In Chains o ai Ministry di Psalm 69.

Così Trent, che aveva esordito con due lavori ottimi ma ancora non del tutto autonomi dai maestri suddetti (Pretty Hate Machine, deviatamente pop, e l’EP Broken) e che partecipava al Lollapalooza fin dall’inizio, va a raccogliere numerose suggestioni sia da una fase musicale eclettica capace di sdoganare il rumore, sia da tendenze sotterranee che risalivano ai Suicide e dintorni, sintetizzandole in una nuova musica davvero 90s e in grado di dare indicazioni per il futuro: creare il capolavoro / colonna sonora per la nuova generazione.

Attentissimo manipolatore del suono, chiuso nel suo studio (costruito nella villa in cui Sharon Tate fu uccisa da Manson e accoliti, tanto per ribadire la moda dell’atrocità) insieme a Flood a combattere contro tecniche pionieristiche di hard disk recording, Reznor costruisce un edificio di violenza sonora strutturato come un film, dove l’introspezione disperata e l’immaginario tra splatter, apocalisse e cyberpunk dei testi sanno raccontare le ansie di una modernità sempre meno umana. Tanto quanto le narra un suono che toglie alla chitarra elettrica l’aura di unica purezza possibile della rabbia rock e al computer il frac algido che gli avevano messo addosso i Kraftwerk e il synth pop anni ’80.

C’è tutto questo in un disco che mostra un uso da maestro delle dinamiche forte/piano: dalla furia con aperture ambient dell’iniziale autoritratto di Mr. Self Destruct al dub inquietante di Piggy, dal techno-pop che struttura inizialmente Heresy al technopunk di Big Man With A Gun, dall’apparente tranquillità venata di inquietudine sempre meno trattenuta di Closer e Eraser alle frenesie quasi Pixies del breve singolo March Of The Pigs col suo sorprendente stacco melodico di piano, dalla house frammentata con interludio folk di The Becoming agli intermezzi strumentali da colonna sonora della title track e di A Warm Place, fino alla sorprendente ballata-capolavoro Hurt, che chiude il disco allo stesso tempo in modo coerente e inatteso.

Il disco venderà parecchio, rafforzando l’influenza che Reznor esercitava già dagli esordi e confermando che il pubblico era pronto da tempo per un suono che il disco stesso contribuisce a diffondere: vedi i Prodigy in classifica di lì a poco, l’uso di certe batterie scorticate da parte di Bjork in Homogenic, l’influenza su Outside di un Bowie che con Low era stato una delle muse dichiarate di Reznor (ne seguirà anche un tour insieme) e soprattutto l’apocalittico concerto a Woodstock 94 coi nostri coperti di fango nel bel mezzo di una consacrazione ufficiale.

Alcuni preferiranno poi lo sviluppo realizzato nell’altro capolavoro The Fragile: accademia, visto il livello delle due opere.

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