Recensioni

6.4

There are things that I said I would never do, there are fears that I cannot believe have come true”.

Ricomincia da zero Trent Reznor, anzi, da sé stesso. Che poi, dal momento che il fondo del barile l’ha toccato per davvero, la sostanza non cambia. Quello che porta alla realizzazione di questo With Teeth perciò, a sei anni di distanza dalla pubblicazione dall’ultimo disco di inediti, è un percorso anzitutto umano. Tutto ha inizio nel 1999, dopo il balzo al primo posto in classifica del fortunato The Fragile,quando Reznor, minato nel corpo e nello spirito (preda di devastanti crisi depressive e debilitato dall’ abuso di alcolici e stupefacenti) si trova ad un bivio e, tra lasciarsi sprofondare oppure reagire, sceglie con saggezza. Sceglie di rimanere aggrappato, Coi Denti appunto, alla propria barca che affonda e che, oggi, dopo aver accettato, ammettendole, le proprie responsabilità pare essere riuscito a ricondurre verso acque meno tempestose. In questi 56 minuti è racchiuso il travaglio umano di un artista che, sulla fatidica soglia dei quarant’ anni, dopo aver indicato nuovi orizzonti musicali, è costretto a rimettersi in gioco per dimostrare a sé stesso che nel tentativo di salvare l’uomo non si sia dovuto sacrificare il musicista.

Mister NIN con questo disco vuole dimostrare al mondo intero che, anche se il tonfo è stato doloroso, è tornato in piedi, e decide di farlo nella maniera che oggi gli è più congeniale: per mezzo, cioè, di un pugno di composizioni autobiografiche, figlie di un’ urgenza espressiva che costringe a cambiare lo scenario della battaglia. Abbandonata la consueta trincea, ci si muove su territori più confacenti alle nuove esigenze, partendo dal pop per finire (addirittura) alla disco. In questo senso il distacco dal precedente quasi strumentale di The Fragile è marcatissimo. La nuova formula, che in un primo momento potrà anche lasciare spiazzati, viene applicata con alterne fortune, ed alle zoppicanti The Hand That Feeds e Every Day Is Exactly The Same si contrappone la convincente The Collector, uno degli episodi migliori dell’ album insieme alla sorprendente (in tutti i sensi) Only un pezzo dalle sonorità apertamente disco che arriva dritta dritta dagli anni ottanta (!) per farci ricredere su qualche luogo comune – ed alla melodia venata di soul dell’iniziale All The Love In The World.

Le reminescenze dell’ heavy-tronica che fu, comunque, sono ancora ben udibili ma la furia latente si manifesta in rari momenti, ed eccezion fatta per la rabbiosa You Know What Your Are, non raggiunge mai i picchi a cui aveva abituato in passato, lasciando nell’aria, peraltro, l’odore acre del manierismo. With Teeth insomma non fa altro che confermare sospetti covati da tempo, che le sonorità industrial cioè, dopo aver conosciuto il proprio apice di popolarità e creatività durante gli anni novanta, hanno esaurito le cartucce a disposizione, ed oggi, insieme a quel decennio ancora tutto da decifrare, salutiamo anche una delle sue maggiori creature, ed è un saluto che sa di addio.

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