Recensioni

7.2

Che l’etnico e il terzomondismo siano una delle direttive principale degli ultimi anni in musica, è un fatto assodato. Ormai non c’è produzione musicale che in qualche maniera non peschi in quel serbatoio ampio e sconosciuto che va dall’Africa, al Sud America, all’Asia e ritorno. Se tra le ultime uscite nostrane ci vengono in mente gli Honeybird & The Birdies o i Mombu, tra gli stranieri – tanto per fare qualche nome – potremmo citare nell’ampio contenitore che è il “rock” i primi Liars per certi elementi ritmici tribali, come del resto gli Akron / Family, gli Elfin Saddle o i Sepultura per il metal. Per quanto riguarda la battuta sintetica, invece, è inevitabile prendere come punto di riferimento la proposta di Ricardo Villalobos, bilancia di stile fra le sue origini cilene e il minimalismo berlinese o le incursioni sporadiche di Four Tet nel jazz nero e nei ritmi sincopati della world.

Nella maggior parte di questi casi il paradigma estetico ha cercato comunque di inglobare elementi musicali esotici in uno stile “occidentale” già codificato su categorie aliene alla world, fornendo un sincretismo ambivalente e non sempre del tutto integrato. Il discorso non vale per i Ninos Du Brasil, che invece assumono come punto di partenza la musica di un mondo diverso dalle loro origini culturali. Nel disco d’esordio della neonata band/progetto, si parla di batucada, uno stile musicale/percussivo brasiliano vicino alla samba e influenzato dall’Africa, diffusissimo durante il Carnevale di Rio. Sulle strutture ritmiche del genere il trio innesta un’elettronica inquietante fatta di ambient e di impennate ritmiche, oltre a un’attitudine viscerale e fisica non troppo distante dal mondo dell’hardcore. Del resto non potrebbe essere altrimenti, visto che Nico Vascellari (artista visivo, già With Love e Lago Morto), Nicolò Fortuni (With Love, Ohuzaru, Man On Wire) e Riccardo Mazza (A Flower Kollapsed) arrivano da un passato musicale solido e urticante.

Nessun compromesso, insomma, per un disco che è un tripudio di percussioni e poliritmie generate da cuica, congas, campane, jambè, rulli, piatti, claves, maracas, fischietti, campanelli ma anche bottiglie, lattine e pezzi di legno. Una cacofonia analogica perfettamente calibrata che si sovrappone all’elettronica, generando un suono oscuro, profondo, abrasivo e senza vie di fuga. Il progetto ha una sua ragion d’essere e suona decisamente credibile, anche quando gli elementi sintetici e i tamburi copulano per dar vita a un’estetica non troppo distante dalla tribal (vedi ad esempio la conclusiva Hysà, che ricorda i fasti percussivi di 20Hz di Capricorn e di gran parte della tribal anni Novanta). A quanto pare, Muito N.D.B. ha anche discrete potenzialità in termini di diffusione e di hype, visto che piace un po’ a tutte le latitudini: dalle sfilate di moda (con tanto di articoli su Vogue Italia), alle installazioni artistiche (la biennale di Architettura a Venezia), ai concerti veri e propri nei club.

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