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Sembra ieri e invece sono passati vent’anni. Non si stenta a crederlo, dato che di acqua (leggi mp3) ne è passata eccome sotto i ponti (della circolazione musicale), ma fa pur sempre un certo effetto, soprattutto se quell’uscita – a posteriori fondamentale – la si è vissuta in diretta.

Non è però solo una questione anagrafica; a suscitare impressione è l’attualità di un disco partorito in garage da quattro drop out di provincia ma cresciuto alla distanza nella considerazione dei fan fino a divenire il trademark dei Nirvana primigeni: quelli cupi, grezzi, ruvidi, straccioni… In una parola – che all’epoca aveva eccome ancora un senso – underground.

Non che le cose sarebbero poi cambiate col successo post-Nevermind, col corollario di intrinseca irrequietezza e angosciosa inadeguatezza culminato in quello che ormai è storia del rock (e del gossip), ma si sa, la pepita “nascosta” è sempre quella che agli occhi dei fan più accaniti, quelli della prima ora, brilla di più. Perchè riascoltare il grezzume del riffone d’attacco di School, lo stomp melvinsiniano di Paper Cuts, l’aggro-punk in stop’n’go di Negative Creep, il boogie scavezzacollo di Mr. Moustache è sempre un tuffo al cuore oltre che l’apertura di nuovi mondi per il rock underground a venire.

L’occasione è quella giusta. Così il ventennale dell’uscita viene celebrato dalla Sub Pop, per mano dell’allora ingegnere del suono Jack Endino, con la riproposizione in versione rimasterizzata di quella pietra miliare: doppio vinile bianco da 180gr, arricchito da un live del 1990, catturato al Pine Streets Theatre di Portland, e da un booklet che è gioia per gli occhi. E se il live – già circolato sotto forma di bootleg – permette di comprendere la vena aggressiva e incompromissoria dell’allora quartetto e l’accluso booklet di 16 pagine (52 nell’edizione in cd) mostra foto d’epoca praticamente inedite, a fare la differenza restano sempre quelle 11 tracce del vinile originario. Pezzi apparentemente semplici che segnano, però, la grandezza di un gruppo (e di un artista) da cucciolo, quando suonare dentro le quattro mura scalcinate di un garage era l’unica vera via per incanalare una rabbia e una sensibilità troppo diverse e difficile da comprendere per l’ambiente da boscaioli in cui Cobain e soci erano cresciuti.

Non lo spartiacque che fu Nevermind, con tutto quello che significò per l’emersione di suoni destinati ad un pubblico sempre crescente, insomma. Ma pur sempre un disco capolavoro che mischia asperità e poesia, melodia e rumore, mostrando il lato ferino e genuino di quello che sarebbe poi divenuto il crack più clamoroso della storia del rock.

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