• Gen
    01
    1993

Classic

Geffen

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Non m’intristisce tanto la invereconda quantità di analisi e liturgie dedicate a Kurt Cobain (che per la sua natura di stereotipo rock al cubo – scellerato, veemente e fragile a un tempo – ne meriterebbe di più e di migliori), quanto quel partire sistematicamente dal suicidio come chiave interpretativa, punto di partenza imprescindibile che diventa punto di vista pernicioso, buco nero che divora tutta la luce.

Da questa luce “di passaggio” è perciò illuminata la musica dei Nirvana, vale a dire sostanzialmente fraintesa, per quanto alla fine dell’equazione il risultato sia quello giusto, e inappellabile: il 5 Aprile del 1994. Circa quel miserabile atto finale s’è molto congetturato: scenari, dinamiche, meccaniche, tempistiche. Da cui i sospetti sulla Love, tanto strampalati quanto popolari. Courtney omicida? Mah! E’ già una ben poco credibile musicista, attrice, icona sexy…

Poche invece le ipotesi su cosa avrebbe potuto riservarci il futuro musicale di Kurt. E giustamente: la sua purtroppo breve parabola appare infatti straordinariamente compiuta, cifra semplice e devastante di un’anima rabbiosa, tormentata, portatrice insana di contemporaneità bruciante come un ago nella vena. Con nel sangue però un mistero antico, quel segreto pulsare rock che rendeva hardcore-punk e roots-blues una cosa sola, il disagio di vivere tra sberleffo e dissipazione. Tra distacco e follia. Il distacco, la follia. Quel ghigno che bruciava lo smarrimento. Il nero disincanto. La furia. Un agire da buffone sapendosi e vivendosi rockstar, quasi volesse rendere marionetta il guscio esterno, quello che noi vedevamo. E sentivamo. Processo che raggiunse l’apice nel terzo e ultimo album, In Utero.

Molte cose da dire, fin dalla copertina, su cui avrebbe dovuto campeggiare in realtà la sconcertante immagine sul retro, pout-pourri di feti, fiori, placente, testuggini e (appunto) uteri. Un po’ troppo. La band fu – diciamo così – “convinta” a ripiegare su un’altra composizione di Cobain, l’angelo di plexiglass con viscere in bella mostra. Anche il titolo fu motivo di contrasto: avrebbe dovuto essere I Hate Myself And Want to Die, come l’omonima canzone (scartata dal programma). In entrambi i casi, per me, meglio che sia andata com’è andata. Già, perché una delle cose che amo di questo disco è il gioco di rimandi aspro e sottile, continuamente nascosto e ammiccato. Come le parole che rimpallano significati in Pennyroyal Tea (un infuso alla menta, ma anche il nomignolo di un cocktail stupefacente e/o tossico – pare servisse a provocare aborti – nonché allegoria delle copiose royalties che piovevano sul biondo rocker). O certe accorate e disarmanti confessioni, dalla tossicodipendenza di Dumb all’amore sfrenato per la Love in Heart-Shaped Box (possa io stramazzare al suolo se “I wish i could eat your cancer when you turn black” non è una delle frasi più perniciosamente romantiche che abbia mai udito).

E ancora l’omaggio a Il Profumo – sconvolgente romanzo di Patrick Susskind – in Scentless Apprentice e quello furioso di Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle, dedicato alla stella ribelle hollywoodiana degli anni trenta-quaranta, massacrata a forza di psicofarmaci ed elettroshock causa il suo sprezzante anticonformismo sinistroide. E il suono? Come sopra, distaccato e folle. Benedetto dalla definizione potente, lucida e corrosiva di Steve Albini e da una band evidentemente all’apice della forma. Eppure, in qualche modo, conscia del proprio esaurirsi.

Proprio così, credo che Cobain, artisticamente, fosse in un vicolo cieco. La flagranza urticante di Rape Me sembra stare lì a dimostrarlo: neppure si preoccupa di confondere le tracce, semplicemente ricicla l’iper-riff di Smells Like Teen Spirit, ne fa strumento d’autoflagellazione, come lanciare un boomerang e aspettare che torni a spaccarti la faccia. Questo rivelarsi schiavo del meccanismo (discografico e – per patologica metonimia – esistenziale), questo arrendersi lascivo come un burattino-carnefice, questa rabbia sterile di corpo sbattuto su un muro sordo: è la principale eredità di Cobain. Poco, forse, rispetto a ciò che ha la forza di sembrare. Di cui la disperazione sdegnosa in Serve The Servants (con l’understatement di quel ritornello e l’assolo svagato – con annesso colpo di tosse) e l’aspro malanimo espettorato in Milk It (qui invece l’assolo è tra lo spastico e il balbuziente) sono polpa e rumore di fondo, lo sguardo che ti fulmina nell’attimo combattivo.

Cos’era la voce di Cobain? Una falsa evidenza con in grembo un mistero. Una linea di congiunzione tra il canto di protesta dell’hobo country/blues e il disadattato punk. Un disperato “no future” in sella al cavallo fantasma della tradizione. Disperazione antica a precipizio in modernissimo dissidio, sempre in cerca dell’intonazione e del timbro, mai veramente a fuoco, tuttavia a suo modo perfetto, risolutamente compiuto. Una roba elementare e pazzesca, come capita spesso dalle parti del rock (per questo lo amiamo). Con tanta forza però, a dire il vero, non molto spesso. Forza e fragilità. Rabbia e abbandono. Disperazione e sberleffo. Solo alcuni tra i contrasti viventi in queste tracce, immersi nella gelatina sonica approntata da mister Albini. Prendete la metallicità hardcore/wave di Radio Friendly Unit Shifter, il modo in cui il canto sfugge alla presa tra efferatezze stridule nell’impeto rombante del congegno ritmico. O la fluviale bonus track Gallons Of Rubbing Alcohol Flow Through The Strip, ebbro omaggio Pixies presente solo nelle edizioni europee con la sarcastica giustificazione “devalued american dollar purchase incentive track”. Oppure, e infine, il peso specifico ondeggiante di All Apologies, il violoncello pedante e il drumming che rumina veemenza, l’arpeggio puntuto e le pennate esplosive, il quasi-talkin’ dei versi e l’innodia a fari bassi del ritornello: un testamento e una chiave.

Seppure inconsapevole. (Inconsapevole?) Insomma, amo i Nirvana e in particolare questo disco, ma è un amore in altalena, diviso tra la forma (semplice ma – e perciò – irresistibile) e la sostanza (morbosamente banale). Tuttavia un amore, del quale continuo ad avere voglia a dispetto delle troppe, tante, inutili e inopportune speculazioni. Col quale sono felice d’avere condiviso un po’ di strada, prima che Cobain scegliesse la propria.

1 Maggio 2007
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