• Set
    24
    1991

Classic

DGC

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Epocale è un termine iper-abusato. Specialmente in questi tempi incerti, se ne è fatto un uso spropositato, tirandolo in ballo per ogni sorta di evento e/o avvenimento che riuscisse a superare le pareti della cameretta.

Nel caso di Nevermind, però, non esiste forse un aggettivo che ne racchiuda il senso in maniera migliore. Il disco di cui si festeggia l’anniversario dall’uscita è uno dei pochi, se non l’unico, a rappresentare in maniera piena il senso ultimo del termine “epocale”. Ha fatto epoca, e questo è indubbio se ancora oggi, a distanza di esatti venti anni dalla sua ufficiale data di uscita non si smette di discutere, tributare omaggi, far uscire riedizioni, box, deluxe edition e via così. Ma ha anche contribuito in maniera fattiva a chiuderne una di epoca ed aprirne un’altra, finendo con l’essere forse il più focalizzato esempio di spartiacque in musica. Di quelli che non si dimenticano facilmente perché il mondo, dopo, non è più lo stesso.

Della serie, soltanto un altro paio di momenti nell’ultimo quarantennio – volenti o nolenti – hanno avuto lo stesso portato e scatenato (quasi) le stesse conseguenze sul mercato musicale: uno, l’avvento di Napster, è stato, seppur in ambito extra-musicale, un momento altrettanto importante che ha totalmente stravolto il modo di diffondere e fruire la musica, rivoluzionando in maniera fondamentale l’approccio dell’ascoltatore. L’altro, il punk 77ino inglese, per fenomenologia mediatica ante-litteram e portato dissacratorio-demistificatorio, risolse il concetto di musica allora dominante in una copernicana rivoluzione atta a mostrare a tutti che per suonare serviva voglia e attitudine, non capacità tecniche o costose scuole di musica.

Nevermind è stato proprio al guado tra questi due simili eventi. Lo è stato proprio per l’approccio alla musica, dato che (ri)dimostrava come tre drop-out della provincia che più provincia non si poteva, potessero assurgere al ruolo (mal digerito quanto si vuole, vedi alla voce suicidio) di rockstar planetarie con un bagaglio tecnico piuttosto scarso ma con una attitudine e una dose di creatività infinite. Ma lo è stato anche dall’altra parte della barricata, poiché aprì le acque ad una nuova invasione di band reclutate dalle major nel tentativo di spillare soldi con artistoidi drogati e disadattati. “Diamo chitarre alle nuove generazioni affinché distruggano la nostra” disse il ricco industriale mentre contava i soldi. Questo devono aver pensato nelle lussuose sedi delle major di turno in concomitanza col successo mondiale di Nevermind. Fare soldi con l’underground più ostico, incompromissorio, senza regole. Per dirne una, anche i Melvins finirono su major per restarci lo spazio di un disco o due. Mai miraggio fu più grosso, e molto probabilmente prima dell’avvento del p2p furono proprio quegli investimenti sbagliati a dare la prima, grossa spallata alla consuetudine discografica mondiale.

Il grosso pregio di Nevermind è proprio questo. Sconvolgere il mondo con una manciata di canzoni nemmeno troppo originali (scorrere la discografia di Pixies, Hüsker Dü, Sonic Youth per capirsi), al guado tra rumore e melodia (grunge, l’odioso e vuoto termine con cui venne definito il neo-genere), apparse quasi come un fulmine a ciel sereno per chi non seguiva le evoluzioni del mondo underground statunitense. Dopotutto, internet era lontano e anche i più agguerriti fan dei nuovi fenomeni musicali facevano fatica a scovare dischi come Bleach, il vero esordio di Cobain, Novoselic e Grohl (quest’ultimo in realtà una new entry), anche se qualche sospetto il passaggio da una allora sconosciuta Sub Pop alla DGC lo poteva portare con sé.

Così quando Smells Like Teen Spirit fece la sua apparizione in heavy rotation sui canali video-musicali, fu il botto. Un misto di slackerness e rabbia repressa, innato senso della melodia e struggimento interiore, consapevolezza di una diversità insuperabile e tutto ciò che un adolescente può provare nel suo apprendistato maturo erano condensate in 3 minuti e, soprattutto, in quei 30 secondi iniziali che nessuno nato in quegli anni può affermare di non aver mai ascoltato.

Non un caso, dunque, che fosse proprio quell’inno a inaugurare l’album, meno incompromissorio rispetto a Bleach, ma chi poteva saperlo all’epoca? Bastavano quelle chitarre rumorose, quel lamento di voce strascinata e (già) sofferente, quel sentore di appartenenza fatto di disagio e disperazione per far sì che Nevermind esplodesse in un botto mondiale, sotto le mani sapienti di Butch Vig, produttore in grado di limare asperità ed esaltare l’appeal del trio.

Risentito oggi, a distanza di tempo, l’album non perde una stilla della sua carica. Volenti o nolenti, dolcezze statiche come Polly e aggressioni punk-wave no-compromise come Territorial Pissings o Stay Away, melodie affogate in fiumi di chitarre (Lounge Act) o lente litanie di un romanticismo degenere (Something In The Way), indolenti concezioni di power-pop (In Bloom), inni integenerazionali da cantare a squarciagola (Come As You Are, Drain You, Lithium) sono ormai classici della musica indie mondiale.

Ci sarebbe da affrontare tanto altro ancora. Il discorso lyrics, ad esempio, ma dei demoni che infestavano la mente del loro autore molto se non tutto è stato scritto, così come camicie di flanella, fucili fumanti, abusi di droga, vicissitudini varie ed eventuali legate all’eredità discografica, sono ormai cose ben note a chiunque abbia un paio di orecchie. Limitiamoci perciò alla musica, a queste 12 canzoni delicate e cattive, aspre e sofferte degne figlie del proprio autore (non ce ne vogliano Novoselic e Grohl) che sono indubbiamente il segno più importante dell’underground mondiale gone mainstream.

22 Settembre 2011
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