Recensioni

Che Noah Baumbach stia attraversando una fase particolarmente ispirata della sua carriera ce lo avevano già confermato le sue pellicole più recenti. Gli anni Dieci dei Duemila, insieme alla proficua relazione professionale e sentimentale con la musa Greta Gerwig, hanno condotto il Nostro sui temi che ne avevano sancito il successo, permeati da un cinismo che non sembrava rientrare nei suoi soliti schemi. Lo stravagante mondo di Greenberg aveva dettato il passo, ma è con Frances Ha che l’eterna lotta tra spensierata autorialità e sottile critica sociale ha raggiunto il suo stato più grezzo, privo di orpelli o ammiccamenti al grande pubblico, come a sancire una presa di coscienza verso il proprio pubblico e a tenerselo stretto più che mai. Un paio d’anni dopo Giovani si diventa rincarò la dose, con il cinismo che stavolta la fa da padrone e non risparmia proprio nessuno: dalle passate generazioni – in cerca di un rispetto forse non giustificato – a quelle più recenti – insofferenti e menefreghiste. Se la parentesi di Mistress America è quasi più un esordio sotto mentite spoglie della Gerwig – ormai entrata in simbiosi con i temi e lo stile registico di Baumbach – con The Meyerowitz Stories torna su binari più rassicuranti, anche se non meno amari: una storia che sembra fare il punto di un’intera poetica.

La novità, e forse l’aspetto più affascinante di tutta l’operazione, è un’insolita quanto ben accolta concessione ad inserti più sentimentali, che ci riportano all’epoca de Il calamaro e la balena, ma con uno sguardo molto più maturo e per questo più arrendevole verso una spontanea e genuina dolcezza. Riuniti al capezzale del padre (Dustin Hoffman), i fratellastri Danny (un Adam Sandler nella prova più convincente da 15 anni a questa parte), Matthew (Ben Stiller) e Jean (Elizabeth Marvel) si ritrovano riuniti sotto lo stesso tetto dopo molti anni di disaccordi e rancori nascosti dietro una coltre di falsa cortesia, consapevoli che probabilmente le vite di tutti e tre sarebbero state molto differenti senza l’ombra ingombrante di un padre artista. Si diceva del lato sentimentale, che sebbene più marcato rispetto agli ultimi tentativi, non sconfina mai nel patetismo o nel sentimentalismo spicciolo, perché l’amarezza con Baumbach è sempre dietro l’angolo ed è la colonna portante su cui si reggono le sue storie (a differenza dell’amico Wes Anderson, che predilige la malinconia). La convinzione di credere il padre un genio, un talento artistico che ha prodotto dei figli mediocri è una semplice illusione come tante, una consolazione adottata dai figli per non ammettere che l’assenza di una figura paterna forte e – più che altro – presente abbia pesato tantissimo sugli equilibri mentali dei tre, che per tutta la vita vivranno nell’ombra o proveranno a ingaggiare una gara, una corsa al successo che non potrà portare che ad altro rancore.

In una scena emblematica, Matthew e il padre Harold si incontrano per un pranzo a New York e per un motivo più futile dell’altro quest’ultimo passerà per tre ristoranti diversi della città, sballottando il figlio avanti e indietro. Una volta stabilitisi, il dialogo tra i due sarà assolutamente a senso unico, da un lato e dall’altro. L’incomunicabilità tra i due personaggi ha raggiunto il culmine, ma è arrivata anche a una autosufficienza che esenta i due da qualsiasi responsabilità, sia come padre che come figlio. L’ironia che condisce i dialoghi, arrivati a una fluidità che farebbe invidia persino a Woody Allen (da sempre uno dei miti del regista) si trasforma in sarcasmo e rasenta l’insulto, come a rendere ancora più evidente il disagio fuori luogo tra familiari. Ogni membro della famiglia Meyerowitz – tranne il pomposo patriarca – è un solitario: c’è chi aveva un talento artistico, ma l’ha buttato via; chi ha compensato la mancanza di talento con un gran fiuto per gil affari, un dono che può portare a recidere ogni rapporto umano (perfino quello più spontaneo con un figlio, che non a caso è costruito); chi è l’unica figlia e per giunta prima vittima del divorzio, mai in grado di essere coinvolta né capita.

I tre Meyerowitz – vero campionario di nevrosi metropolitane tipicamente americane – hanno scelto vite diverse, finanche complementari, ma nessuna strada porta alla felicità assoluta. Allora, il senso ultimo del condurre una vita perlomeno soddisfacente sta nel cogliere le opportunità, senza farsi distrarre da responsabilità fittizie e costruite da una coscienza derivata, da contratti sociali filo-conservatori, perché è troppo facile scaricare ad altri il peso e la colpa delle nostre disgrazie, ciò che è davvero difficile e catartico è accettare che la colpa è di una sola persona: quella che guardiamo allo specchio.

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