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6.9

Va a finire che toccherà prenderli sul serio questi romagnoli che dietro ad ogni cazzonismo nascondono sguardi dall'agrodolce intensità, col loro folk stradaiolo marezzato di spigoli wave, le scorie beat ed errebì che non disdegnano all'occorrenza svicolare surf-psych. Proprio questo muoversi marpionesco tra balera e club, tra cestone dell'autogrill e cameretta indie, fa dei Nobraino un ordigno insidioso, che ti fa abbassare la guardia e ti molla il gancio. Vedi il Tenco sprimacciato d'estro sonico in Cani e porci, le scorie Gino Paoli sgranate Benvegnù in Film muto, il lo-fi blues tra torbido e demenziale di Bunker (l'anello di congiunzione tra Elio e Capovilla?), il romanticismo sperso e strapazzato da cuginastri scellerati dei Perturbazione ne Il minotauro, e via discorrendo.

Per essere davvero interessanti gli manca forse un po' della mitologia patafisica Capossela, che ad esempio renderebbe meno banale la fregola balcanica de Il record del mondo, ma evidentemente il loro quid espressivo deve molto ad un certo cabarettismo sardonico che non vuole scomodare archetipi ma si affida al potenziale sconcertante del quotidiano, come ben fanno in Cesso di vivere (un Bobo Rondelli cinico e mariachi) e nella caustica Il mio vicino.

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