• giu
    22
    2018

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INRI

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La descrizione che Janet Dappiano dà di sé su Soundcloud è quella di una «twenty-something-year-old girl tiptoeing through electronic soundscapes». Tra contest e partecipazioni di pregio (pure al Sonar +D), nei territori elettronici la trentina Noirêve avanza sì in punta di piedi ma in maniera volitiva e consapevole, e con questo primo album compie un deciso salto in avanti, andando oltre il dream-trip-pop degli esordi (pur senza rinnegare: «continuo a proporre i pezzi dei miei primi EP nei live set, insieme alle nuove cose», mi dice Janet – sì, state leggendo un raro esempio di “interreview”: recensione con intervista incorporata) e approcciando un sincretistico mondo “world” in maniera libera e piacevolmente “ingenua” (nel senso di “ingegnosità, con una certa dose di inconsapevolezza”: utilizzo sbarazzino del false friend “ingenuity”!). L’immagine di copertina («è la faccia senza occhi di un ciondolo sovraimpressa su un ambiente naturale», mi dice Janet) esprime visivamente l’atmosfera generale del lavoro: mosaico digital-analogico tra beat e melodie, interscambio tra computer e strumentazione organica. Con grande attenzione per i dettagli, ma senza particolare riguardo per l’ortodossia musicologica, Noirêve prende e mischia sitar e bansuri della tradizione indiana, percussioni africane, folk salentino e disparati sample sonori per un godibile “viaggio immobile”.

La struttura è da long-playing: lato A e lato B. La prima parte spazia tra costruzioni tribal (Embers) e sinuose indo-lenze postprandiali (Bradipedia, Jalia, la title track Pitonatio), visioni sampledeliche (Holy Guacamole) che a chi scrive ricordano alla lontana esperimenti laswelliani degli anni Novanta («Bill Laswell? Non lo conosco…», mi dice Janet) e riuscite puntate in ambiti folktronici (la rivisitazione in salsa trip-hop di Lu rusciu te lu mare, dove «è proprio mio nonno Osvaldo che canta!», mi conferma Janet), affinamento dei primi frutti degli studi londinesi in popular music (vedi il progetto Ceci n’est plus du folk del 2014). I venti minuti della seconda parte sono definibili come “ambient” solo superficialmente: in Musica per grattini (gran titolo!) una continua sottile tensione mantiene desta l’attenzione, per un lungo trip con l’autopilot punteggiato da improvvisazioni programmate (il sitar di Jacopo Bordigoni, il bansuri di Angelo Sorato, la voce di Niomí O’Rourke), per una Call Of The Valley dilatata e sinuosa.

In Pitonatio l’esotismo non è una facile scappatoia new age, ma genuina esigenza di allargamento di orizzonti. L’impiego, non inusuale per Noirêve, delle voci femminili (oltre a Niomí O’Rourke ci sono anche Alice Righi e Valentina Nascimbeni, aka Juno) infonde eterea sensualità in un impianto dove il sogno (le rêve) è più lucido che psichedelico. La cura del particolare rende impeccabile il suono, ma l’esigenza di controllo ha la conseguenza di imbrigliare l’istinto noir, rimanendo in una comfort zone attraente ed efficace ma senza prendersi troppi rischi («Tu dici?», mi dice Janet). Un bel segnale di freschezza, una buona piattaforma di partenza.

21 Giugno 2018
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