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Era una prova importante, si diceva sottobanco, quella di questo quarto lavoro in studio dei Non voglio che Clara, una presa di posizione decisiva all’interno di una storia discografica connotatissima e avviata da circa un decennio (Hotel Tivoli, 2004). Tre dischi, i precedenti, che hanno scritto l’indice di una sorta di romanzo russo del nostro tempo, tre atti di un’opera sola, tre tomi. La trama, grossomodo, è questa: Io non voglio che Clara si sposi con un altro, ma Clara si sposa e a me non resta nulla; poi il tempo fa il suo dovere, prendo le distanze, anche se mai e poi mai così profondamente da dimenticare tutto e ricominciare davvero. L’amore fin che dura poteva dunque essere il quarto tomo, ma certo sarebbe stato complicato capire di cosa si sarebbe occupato. Non stupisce, dunque, che questa volta siano “solo” dieci belle canzoni a comporre l’album della band di Fabio De Min, quest’ultimo una delle più affilate, classicheggianti eppure corrosive e attente penne della musica d’autore italiana contemporanea.
In L’amore fin che dura succede un piccolo inatteso miracolo, qualcosa di assolutamente fuori dagli schemi rispetto a quella che è oggi la discografia indipendente italiana: c’è un passo in avanti, uno stacco netto, un nuovo modo, rispetto ai dischi precedenti, di coniugare testo e musica. Non è poco, visto lo stallo permanente in cui sembrano trovarsi alcuni nuovi cantautori del nostro tempo. Partendo da una scrittura nettamente sopra la media – com’è da sempre quella di questa band – i brani si articolano su musiche tutte diversissime tra loro, legate solo da un certo gusto melodico: se in alcuni momenti sembra prevalere la cupezza, il buio, persino uno slancio elettronico (L’escamotage, Le anitre), è anche vero che questo è in qualche modo il disco più aperto, pop, che i Non voglio che Clara abbiano mai scritto. Un pop spesso retro’, che in alcuni momenti sa di Celentano e Morricone (Gli Acrobati) e in altri è in aria di Rino Gaetano (La bonne heure), e che mentre resta costante una eco del Battisti 70s e pure di un certo De Gregori, sa muoversi tra arrangiamenti antichi costruendo melodie contemporanee. I brani sono tutti, comunque, più o meno legati al tema della fine – dalla fine dell’amore, alla fine della vita stessa – risultando curatissimi e ben prodotti (da Giulio Ragno Favero). Una menzione speciale va al brano che chiude l’album e che – come spesso accade per questo gruppo – sembra riassumere in sé molte delle forze musicali e di scrittura presenti nel disco: La caccia è un pezzo densissimo, un grido formidabile e delicato che guarda al futuro.
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