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7.5

In realtà non se ne erano mai andati: dopo L’amore fin che dura, uscito nel gennaio 2014, i Non Voglio Che Clara erano tornati a girare l’Italia per la ristampa del loro primo, amatissimo album. Era, Hotel Tivoli, un disco che respirava un’aria diversa da quella odierna, perché dal 2004 ad oggi è tutto cambiato nell’indie italiano – e probabilmente lo stesso indie non esiste più come lo intendevamo allora. Fabio De Min e soci si inserivano in un contesto che dava quasi l’impressione di una scena indie veneta: c’erano i Valentina Dorme, gli Es, c’era la Fosbury Records che faceva un festival a Galliera Veneta, a due passi da Castelfranco Veneto, dove si andava ai concerti del Buenaventura (dove poteva capitare di trovare Vinicio Capossela sul palco assieme a Marco Paolini e Mario Brunello, in una crasi artistica irripetibile). E c’erano, sul versante più rock, gli One Dimensional Man che stavano gemmando nel Teatro Degli Orrori. Questa contestualizzazione dei primi Non Voglio Che Clara non serve a dire che era meglio allora, prima della trap, prima dei social network, prima degli Afterhours a Sanremo. Ma solamente per ricordarci dove si andavano a innestare il piglio cantautoriale e il tono agrodolce di canzoni come Quello con la telecameraL’ultima occasione e Il nastro rosa.

Quell’attitudine e quella scrittura raffinata si ritrovano oggi nei dieci episodi di questo Superspleen Vol. 1, ma tirate a lucido, levigate, cesellate, come di artisti che nel ripetere infinite volte lo stesso gesto si avvicinano di un po’ (ma senza mai poterla davvero raggiungere) alla perfezione. Ritroviamo lo stile di allora e assestatosi nei successivi dischi, ma con una luminosità nuova e una sicurezza e padronanza di mezzi che rende ogni episodio un micromondo multistrato in cui si possono trovare più significati. Prendete il singolo La Croazia, che per un veneto significa vacanze economiche “in Jugo”, che diventa simbolo delle incertezze che si hanno nel passare dalla tarda adolescenza alla vita adulta, la voglia di trattenere un’estate che sta finendo in qualcosa che non può resistere alle rigidezze dell’inverno. Un sogno infranto, che non è però doloroso, solo un po’ aspro e ti fa ogni tanto sospirare. Oppure la precisione di quella sigaretta accesa «mentre tu ordini un caffé al ginseng» di Ex-Factor, che ha la forza di portarti in un contesto reale, specifico, ma che il ritornello spinge verso l’universale.

Canzoni che hanno un punto di atterraggio specifico in un luogo e in un tempo precisi, ma che a ben guardarle hanno i bordi sfumati, indefiniti, come di una fotografia con una doppia esposizione: quella del quotidiano e quella del poetico. Succede nella quasi title track, dove grazie a Baudelaire e Whitman ci si domanda che senso abbia non la vita in generale, ma la propria vita vissuta fino a questo momento. Con qualche calembeur linguistico (le quasi rime Skype/guai/mai e disco/whisky) che fa pensare al Franco Battiato degli anni Ottanta, che riemerge anche in alcuni stilemi vocali sparsi qua e là.

Ci sono i riferimenti già noti, Morricone/Battisti/De Gregori/Gaetano, ma dobbiamo almeno aggiungere il gusto per il racconto esistenziale di Ivano Fossati (San Lorenzo) e la sventagliata – soprattutto sonora – di Bluvertigo e Baustelle, questi ultimi anche per un simile interesse sul fronte del contemporaneo che rientra nel privato di ognuno di noi. Ci sono però anche un insospettato gusto per il popolaresco (lo stomp di Marginalia e un sentimento da canzone napoletana in Il Miracolo), il piacere intellettuale di fare cortocircuitare omerica con America (Epica Omerica) in un’atmosfera da soft rock in salsa world, tra i secondi Talking Heads e i Toto. Ogni brano ha un’anima propria, definita, ma perfettamente Non Voglio Che Clara, in un equilibrio tra accessibilità e complessità perfettamente centrato.

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