Recensioni

Salvo esordi piuttosto incentrati sui 4/4 techno come acid – e parliamo di Metri e degli EP Röntgen, Kvantti e Atomit EP -, a partire dall’album Olento (che iniziava con un carillon), passando per Oleva (con la copertina raffigurante un corso d’acqua tra le rocce), Ø ha progressivamente rappresentato per Mika Vainio il rifugio intimista, dove, oltre la coltre delle gelide elettroacustiche, texture e meccaniche autografe, il finnico si lascia sprofondare in un letto di pensieri e cartografie, magari contemplando astri e costellazioni.
Non fa eccezione Konstellaatio, un album che, in linea con il precedente, seduce con una navigazione a vista sul lato più astratto della techno di marca Touch ma soprattutto si immerge in un viaggio che dalla Set The Controls For The Heart Of The Sun (cover dei Pink Floyd contenuta in Oleva) punta a un “dronico” (ma distante) incanto. Proprio come l’inedito Heijastuva (contenuto nell’omonima compilation del 2011) lasciava presagire, tutto l’intorno Raster Noton è ridotto praticamente a zero. L’opener Otava è un avvolgente manto di pensieri badalamentiani suonati su una organo-sintetica di marca Tangerine Dream. Colpisce la componente emotiva di Vainio, mai stata così esposta e subito dopo inghiottita in una cosmica dai tratti fanciulleschi (Syvyydessä Kimallus). Il disco entra poi nel vivo con Kesäyön Haltijat, Talvipäiva, Yanha Motelli e ancora Syvänteessä Pukinjalkaisen: è un gioco di specchi, una faccenda d’interrogativi, di stupore e timore tra il sé e la galassia, ottenuto con semplici ma misuratissime manipolazioni al vibrafono, con guardinghi passi di sintetiche da chiesa gotica (Metsän Sydän), oppure con richiami a soundtrack à la Solaris di Andrej Tarkovskij (le viste sul magma di Syvänteessä Pukinjalkaisen).
In chiusura c’è Takaisin, l’uscita a testa china di chi non vuol troppo farsi notare ma che ha appena lasciato un più che generoso lavoro dietro di sé. Per dirla con le parole dello stesso Vainio, tratte da un’intervista a The Quietus dello scorso 23 gennaio, “Considera l’immagine della giovinezza e quella di una galassia, il prendere forma di questi suoni quando giusto stanno per emergere dal – o stanno per essere mangiati dal – rumoroso continuum della materia. Ogni suono di fronte al passato o di fronte all’infinito è arrangiato secondo vari gradienti di vaghezza – una costellazione di frammenti portati alla superficie da ogni giorno presente: più li senti vicini, più li senti nella loro alterità“.
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