Recensioni

La mutazione è terminata. Anzi, sarebbe più corretto dire che la mutazione è permanente, cosa che fa della creatura di Kevin Barnes una delle poche compagini in grado di stupire ad ogni nuova uscita, gli unici capaci di partire dalla psichedelia vittoriana a 78 giri di album come The Gay Parade, per approdare a questo distillato di freakedelia funky lisergica.
Azzardiamo un'interpretazione della loro storia più recente. Dopo un album superbo come Hissing Fauna, Are You the Destroyer?, per chi scrive il più tondo e compiuto fino a questo momento, quello che lasciava intravedere possibilità di penetrazione verso platee che non avevano mai sentito parlare di Elephant 6 Collective, arrivava Skeletal Lamping: un commercial suicide in piena regola, contorto e labirintico come la mente di chi lo aveva generato.
Nel frattempo facevano scalpore le sorprendenti dichiarazioni di una certa Beyoncé Knowles, che manifestava apertamente il proprio amore per la band e gettava su Barnes e soci un cono di luce che apriva scenari succulenti.
Ecco dunque che False Priest, sancisce con il connubio fra i vagheggiamenti disco beatlesiani degli of Montreal e il mondo dell'r'n'b. Un'improbabile crossover sigillato dalla collaborazione con la minore delle sorelle Knowles, Solange, nonché con la nuova starlette della musica nera, Janelle Monae, già ribattezzata dalla stampa l'anti Lady Gaga.
Magicamente il discorso riprende dove lo avevamo lasciato con il capolavoro del 2007, ma con un groove sexy decisamente più marcato. La follia dadaista di Barnes viene applicata ai vorticosi giri funkadelici di I Feel Ya Strutter e Godly Intersex. E' sufficiente un piccolo aggiustamento di rotta perché tutto acquisti una forma più compiuta: i falsetti isterici, la gaiezza cool e la malia glam che graffia sul riff del singolo Coquet Coquette. Tutto è al servizio di melodie finalmente intellegibili e godibili anche da menti finite come la nostra.
Il combo di Athens sa di giocarsi parecchio con questo album e non si limita a baccagliare con la bassa fedeltà come degli Ariel Pink qualsiasi: la produzione è limpida, il suono dei synth è cromato e tirato a lucido. Posto che quello di vedere la band in classifica è un sogno destinato a rimanere tale ancora per molto tempo, c'è solo da restare ammirati dal modo in cui il gruppo plasma la materia pop, scegliendo sempre, fra le possibili strade, quella più impervia.
In ogni brano c'è sempre l'elemento obliquo, la scala improvvisa, il sottofondo disturbante. Si procede per giustapposizione, per stratificazione sonora, ma il risultato è compatto e avvincente.
Come dire: danzate pure, ma non rilassatevi troppo. In pratica, l'album definitivo degli of Montreal. Per adesso.
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