Recensioni

6.9

Il secondo full-lenght dei bolognesi è un passo di lato, né propriamente avanti né tantomeno indietro; mossa di una band vitale, costantemente alla ricerca di qualcosa.

La band costruisce trame raffinate, culla per le liriche accese e “crudeli”, giocando molto bene con innesti e dinamiche (gli ingressi taglienti di chitarra in Bloodroot), punteggiando un sostrato sostanzialmente pop-folk (Cat Power fa capolino in Magic Ring) che nell’esprimere la sua vena più malinconica e arrendevole guarda all’art-rock di fine millennio, dai Blonde Redhead ai Radiohead, tra ballate dilatate ma spesso pronte ad accendersi, e mid-tempo contaminati dalla musica americana (il banjo dell’ospite Marcello Petruzzi in Stuttering Morning).

Rispetto al precedente All Harm Ends Here, perde in parte l’ipnotica introspezione, il contrarsi su se stesso, poetico e claustrofobico, l’intensità dell’imperfezione e una certa vena noir. Guadagna invece una produzione calda e raffinata, arrangiamenti maturi, una maggiore articolazione della scrittura e dei testi – evidente già nel ricamo vocale dell’iniziale Last Day First Day – e quell’attenzione ai dettagli che ne conferma il respiro internazionale (gli inserti di mellotron e wurlitzer nel brano appena citato, a cura di Bruno Germano, primo di una serie di ospiti).

Bloodroot è equilibrio, misura, in un certo senso stasi, dove rimanere fermi e rallentare il polso significa distorcere il tempo all’esplorazione di ogni singolo lunghissimo attimo (il passo lento e ammaliante di Brussels).

La personalità e l’eleganza vocale di Francesca Bono emergono con forza, acquisendo l’autorevolezza e la centralità di una cantautrice (cosa ben diversa dalla “semplice” performer), dove il peso di ogni parola, il controllo eccellente dell’espressione, le pause, le curvature leggere e non ultima una pronuncia inglese davvero ottima, caratterizzano l’impronta lineare ma mai banale di questi nove pezzi.

A mancare in questo disco di una primavera astratta, dove alla calma ancora invernale si sovrappongono guizzi solari, è forse l’affondo viscerale, il pezzo che ti segue la notte mentre ti addormenti, il colpo basso (come per il sottoscritto fu Ian, ad esempio). Tutto scorre in luce di grazia e ombre intriganti, senza sbavature né scosse.

Voti
Amazon

Le più lette