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7.6

Frames da un civiltà e un’epoca quasi del tutto scomparse. Canzoni in cui la parola e il suono procedono su binari quasi paralleli, talora innescando contrasti sordi, attriti e risonanze mnemoniche. Canzoni-frammenti di Storia (casomai esistesse una Storia soltanto) catturati in un flusso di prospettive personalissime, stilizzate in reportage laconici che ci restituiscono il senso prorompente e corrompente del divenire, dello smarrirsi nell’inganno delle nuove/vecchie ideologie. Canzoni in cui il canto non trova posto per far posto alla narrazione (perché la narrazione è un in-canto). In cui ora il suono è scenografia, contorno, enzima spazio-temporale che accende memorie generazionali. In cui la parola s’irrigidisce in una scansione fredda che è diario, comizio, anamnesi. E fa tenerezza e paura insieme. Canzoni in cui il suono sommerge la parola, prevaricandola come una soundtrack sfuggita al controllo. In cui la parola si arresta, inciampa, si arrende, ma ricomincia, incede, prorompe, esplode. In cui il senso è segno, il suono è icona straziante, il biografema è brandello/testimone di crisi culturale/sociale.

Sono in tre gli Offlaga Disco Pax: Enrico Fontanelli (tastiere, basso e basi), Daniele Carretti (chitarre e basso) e Max Collini (narrazione e declami). Li ha co-prodotti Giacomo Fiorenza (già deus ex machina in Homesleep) come premio per aver vinto l’edizione 2004 del Rockcontest, ma a giudicare dal lavoro svolto è stata ben più che una formalità. Musicalmente, immaginateli alle prese con rigurgiti kraut-synth-wave declinati industrial e dark, tenendo presente che i due strumentisti vantano trascorsi emocore e shoegaze, in ragione dei quali non deve stupirci se assieme agli spigoli sbrigliati stile Pop Group e Gang Of Four si alternano brume e trame electro-ambient. In Cinnamon ad esempio, dove l’ostinazione funk di clavinet va a spegnersi in una dissolvenza grigiastra. Oppure in Enver, dove le concitazioni electroclash tessono una synth wave sfrigolante. Oppure in Tono metallico standard, dove alle emulsioni deraglianti fanno eco sapidi ricami electro curiosamente vicini a certe cosucce Bran Van 3000.

Qualcuno tirerà in ballo la teatralità flagrante e scabra dei Suicide: prendetelo con beneficio d’inventario. Qualcun altro indicherà i Massimo Volume, e se ne può parlare, anche se la band di Clementi è più votata a ritagliare stanze letterarie sul corpo del rock, ad applicarvi una narrazione “recitata” (a tratti intonata) che poi è una possibilità del canto, per quanto estrema. Più facile e felice invece l’accostamento con i CCCP, per quel senso di picconata situazionista, di canzone-performance-agitacoscienze, in particolare per l’ironia tragica che innerva il robovalzer di Khmer rossa (parente- seppur lontana – di quella Guerra e Pace che congelava e congedava gli auditori di Socialismo e Barbarie). Ma il paragone con l’antica entità di Zamboni e Ferretti è di quelli scomodi e ingenerosi, perché gli Offlaga sono un’altra cosa che avviene in tempi altri. Diversamente musicali, più intimi, meno pedagogicamente “battaglieri”, forse intimamente e irreversibilmente arresi (desistenti).

Cosa sono? Forse l’andazzo latin-soul con chitarrina wave aeriforme e drum machine giocattolo di Kappler (in cui già il suono è memoria prima della reminiscenza narrata). Forse la devoluzione spastica che introduce lo psicodramma cultural-politico di Tatranky (riff avvolgente di moog, arpeggi ostinati, accelerate, svolte, inneschi incandescenti e farragini shoegaze a chiudere). Forse l’electro-folk di Piccola Pietroburgo, dove un armonium persegue con toccante semplicità esiti Mùm intanto che il gioco della nostalgia si fa orgoglio, tra rabbia sopita e senso d’irrecuperabile, tra amarezza e fiabesco sarcasmo. C’è insomma il tentativo di porsi su un piedistallo magari non troppo alto però ubicato in posizione strategica, proprio all’incrocio tra certe sferzanti rielaborazioni kraut e wave (l’electropunk crudo, allucinato e iridescente di Robespierre, trip febbrile in un modernariato di icone e simboli generazionali) e sconcertanti implosioni social-sentimentali (la ballata valzer-soul di DeFonseca, melò insano allestito su arpeggio di chitarra e tastiera, più un’elettricità scomposta a digrignare sullo sfondo).

Così, in modo da prenderti tra il cuore e la gola, squilibrarti la serenità, gambizzarti la distrazione, strapparti un pensiero fuori traiettoria. Comunicarti l’allarme che cova nel carosello di etichette rassicuranti, nell’invasione deliziosa di un meccanismo che prevede e pervade tutto al punto da spacciarsi per naturale. E ciò che non contempla lo chiama clandestino, sovversivo, terrorista, eccetera.

Disco bello e necessario. Quasi non par vero, accidenti.

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