Recensioni

7.3

Uno come John Dwyer può essere, per chi scrive di musica, manna o condanna. O entrambe le cose, se ci pensate. Perché a un certo punto ti ritrovi il nuovo disco dei suoi Thee Oh Sees e parte automatica l’elegante riflessione: “Un altro? Tra loro e Ty Segall è una bella lotta! Questi fanno dischi ogni volta che vanno al bagno”. Parliamo di una band che, solo negli ultimi cinque anni, tra album, singoli ed EP vari, ha sfornato qualcosa come una dozzina di dischi. Ne fanno più di due l’anno. È una prolificità pronunciata anche in un mercato come quello attuale, basato sulla saturazione e l’iper-produttività fatte per non farsi dimenticare.

Condanna, dunque, è per noi lo stakanovismo di Dwyer, il suo diventare fastidioso per la foga con cui sforna album. Ma è un astio legato solo alla quantità: ogni volta che, infatti, si ascolta poi quello che quest’uomo ha tirato su, non resta che applaudirlo. In ogni disco dei Thee Oh Sees (ed è questo un concetto risaputo) gli elementi di interesse ci sono sempre, nonché le domande che stuzzicano la curiosità: Dwyer come giustificherà questa volta la propria logorrea sonica? Come si inserirà questo disco nell’alveo del garage californiano degli ultimi anni e nella carriera dei Thee Oh Sees? Quand’è che la voglia di registrare e pubblicare costantemente perderà la sfida con la creatività? Eppure, ascoltando questo nuovo disco, pare che ancora una volta Dwyer abbia vinto la sfida: The Orc è un disco divertente, potente, psichedelico, lieve e pesante, folle e carico. È figlio dei due precedenti (e molto Sixties) An Odd Entrances e A Weird Exits ma fa anche un discorso leggermente nuovo, inserendo elementi sia kraut – scelta spinta anche sulla base della doppia batteria – che di hard pesante. È come se l’universo ormai psichedelico dei Thee Oh Sees sia una macchia, un blob che lento assorbe nuove coordinate, oppure torna indietro, si ricorda del proprio passato e lo mette faccia a faccia con le nuove cose che vuole inserire.

La musica sembra vivere di questo movimento in maniera sempre più funzionale: mentre prima tutto l’impatto era dato dal classico set chitarra-basso-batteria-voce, ora anche gli elementi legati a tastiere, organi, piano, violini e altro riescono a trovare maggiore organicità nella struttura dei brani, arricchendoli. Tutti discorsi giusti, ma per non far perdere il filo del discorso con il passato, l’inizio del disco è Static God, con il suo brusio falcidiato da squarci di elettrica schizoide, seguito poi da Nite Expo, le aperture cosmiche, la sezione ritmica sugli scudi, gli ingressi di chitarra che rilanciano su un garage quadrato, meno sguaiato, ed è un effetto straniante: una musica rumorosa e spesso libera come questa che trova ordine proprio in impianti psichedelici, solitamente “aperti”. Quasi che il fuzz si metta sull’attenti di fronte al vagare della mente.

Ma la scaletta, sempre comunque efficace, sempre con qualcosa che si fa ricordare, vede anche momenti hard rock, come Animated Violence e i suoi riff mastodontici quasi sabbathiani, i suoi saliscendi, ed un cantato praticamente melvinsiano. Drowned Beast viaggia sulla stessa scia, nella pesantezza chitarristica ma psichedelica nell’incedere, una levitazione verso spazi siderali che ogni tanto trova una bestia fatta di distorsioni a frenare il viaggio, rendendolo più movimentato per noi che ascoltiamo. Si va poi dalla marcia ballabile di Cooling Tower alla chitarra da metallurgia in apnea di Paranoise, passando per la compattezza di Jettisoned. Qui si rivela, qualora che ce ne fosse bisogno, la struttura dei brani della band di Dwyer: pezzi dal forte impatto ritmico, che vivono di strofe cantate con voce efebica o narrante, e poi trafitti da scariche sonore a varia intensità elettrica. E poi c’è il cuore, quella Keys to the castle che è uno dei pezzi che meglio rappresentano la nuova filosofia dei Thee Oh Sees: una creatura per un ¼ garage/schizofrenica e, per i restanti ¾, votata a una psichedelia tra il malsano, il rilassato, lo stellare e la minaccia, e che ogni volta sta all’ascoltatore scoprire. Un’avventura vera e propria, che ci regala un viaggio niente male e uno dei dischi migliori di quest’anno basato sul suono delle chitarre.

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