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Su Vogue America c’è un articolo che racconta come Kaya Wilkins, a.k.a. Okay Kaya, abbia parlato apertamente su Instagram della sua malattia mentale, rivelando di aver trascorso un breve periodo riabilitativo in una clinica dopo un episodio innescato dalla sua depressione bipolare. Al di là della disarmante franchezza con cui ha affrontato un tema personalissimo e scomodo (una sincerità, forse calcolata, che è stata opportunamente strumentalizzata per costruire un articolo abbastanza sensazionalistico, quasi del tutto avulso dai temi legati alla sua musica), a colpire di quest’artista (modella, attrice, regista e musicista) è il gusto ad indulgere in tematiche scomode e disturbanti: scelte narrative che si rintracciavano già nei testi dell’esordio Both, prodotto da Aaron Maine (Porches) e che ancora più insistentemente si ritrovano nel suo nuovo lavoro, Watch This Liquid Pour Itself.

La liquidità cui fa riferimento il titolo (e che ci riporta figurativamente alla fluidità sessuale, oltre che razziale – Kaya è norvegese con origini afro-americane) è un espresso richiamo ai liquidi corporei, anzi ad uno in particolare: la bile. I quindici brani del disco sono dunque il risultato di un flusso di coscienza che si collega in via preferenziale a sensazioni per lo più legate a rabbia, frustrazione, astio: “Stacey, it really sucks to be your girlfriend”, canta con caustico e glaciale distacco in Insert Generic Name.

L’impianto dell’album si regge tutto su un indefinibile equilibrio tra minimalismo e intensità, feroce sarcasmo ed eterea malinconia. I riferimenti stilistici sono talmente compositi da disorientare quasi: si spazia dal folk al dream-pop, con echi blues, r’n’b e persino suggestioni soulstep. Il dato peculiare è proprio questa deliberata inafferrabilità, che rende tutto sommato un affare secondario decifrare categorie e influenze, perché è proprio la sua stratificata molteplicità a contribuire alla creazione di un immaginario che è più forte e più interessante di qualsivoglia etichetta di genere.

Un album molto visuale (non a caso a ciascuno dei brani finora pubblicati si accompagnano dei veri e propri cortometraggi curati dalla stessa Kaya), dalle tipiche sonorità bedroom-pop (arrangiamenti disadorni, ora acustici, ora elettronici, in un’armonica alternanza), ma con un riconoscibilissimo quid pluris dato dall’urgenza espressiva che emerge dai testi e dalle atmosfere: abbiamo di fronte qualcuno che non ha nessuna intenzione di compiacere chicchessia, e che desidera far affiorare una discreta quantità di rimosso attraverso la propria voce e le poche linee di chitarra e di synth su cui si adagia. Non dunque il “consueto” cantautorato femminile che qualcuno definisce sprezzantemente “da cameretta”; in realtà, il fatto stesso di comporre qualcosa di così intimo e lo-fi acquisisce qui un senso particolare: «As a woman, I wanted to avoid people telling me what to do sonically, and my room was the only place where that was really possible». Un’estensione contemporanea di quella stanza tutta per sé di Woolfiana memoria.

Tra gli episodi più rimarchevoli, senza dubbio il delicatissimo incedere passivo-aggressivo di Ascend and Try Again, o la gelida e scanzonata Psych Ward, in cui torna il tema del disturbo mentale, mentre nel primo singolo, vagamente catchy nelle ritmiche da dancefloor, Asexual Wellbeing, emerge una cifra compositiva che ci fa pensare alla compiaciuta perversione di PJ Harvey ai tempi di Rid of Me («Sometimes I rub my ghost dick until I can almost see it»), sia pur senza ombra di quella selvaggia attitudine post-punk di Rub ‘Till It Bleeds: qui non ci sono urla ma filastrocche e nenie, ora minacciose, ora malinconiche, ora divertenti («I know sex with me is mediocre / But I can give you asexual wellbeing»), sussurrate ossessivamente con un filo di voce.

Watch This Liquid Pour Itself è una lucida provocazione che ci sfida ad un ascolto quasi mai confortevole, sicuramente affascinante: un non-pop delicato e agghiacciante, tutt’altro che innocuo, denso di mondi onirici e al contempo intriso di realtà.

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